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16/06/16

Commenti

Luca Gentili

Qualche spunto, nel desiderio d'essere d'aiuto.
L'orizzonte semantico ebraico non concepisce l'astrazione come quello greco. Un limite (e una forza) che la Chiesa ha dovuto superare (ma non obnubilare) confrontandosi soprattutto con stoicismo e neoplatonismo. Non abbandonerei l'ente come rappresentazione del dato creaturale in cui sussitono corpo e anima. Ma la ricerca teologica potrebbe affiancarvi uno studio sulla creatura come vocata alla relazione. L'idea che abbiamo oggi di Inferno è quella di estrema e triste, fredda e bruciante solitudine, come "bestemmia" proprio della assunzione in Dio delle creature e della perfetta comunione. L'uomo in quanto immagine di Dio è relazione, e l'anima non può esserne esclusa.
L'aspetto materiale poi, sia pure trasfigurato, sarà definitivo. Quindi in qualche modo l'anima senza corpo non corrisponde al progetto di Dio. La separazione dal corpo non sarà la sua sistemazione definitiva.
Credo che la ricerca non possa prescindere:
1 - da come i Padri hanno affrontato la questione, con il linguaggio che avevano a disposizione;
2 - da un "dialogo ermeneutico" oltre che semantico (che potrebbe essere quasi impossibile) fra la lettura di AT e NT (San Paolo compreso);
3 - Da uno studio di ciò che i concili hanno sistematizzato e anatemizzato (così restringendo il campo di ricerca);
4 - da una ricerca dei limiti sui termini della questione: per esempio, i sentimenti appartengono alla sfera psichica o a quella spirituale? Oggi non possiamo esimerci dal discernere ciò che è eminentemente psichico da ciò che è (autenticamente?) spirituale. Altrimenti col termine "spirituale" rischiamo di rappresentare dallo stato d'animo alla filosofia della storia: mi parrebbe un campo semantico troppo ampio e indefinito.

Spero d'essere stato d'aiuto.

pietro b.

Il mio contributo ( frequentazioni scientifiche & bibliche)
- Persona è un unicum
- anima appartiene a ellenismo, non a ebraismo e noi siamo ben più ebraici che greci,
- tutto quello che è.nell'uomo esce da dentro di lui.
- se cerchiamo una sua differenziazione di identità questa non può certo essere il razionale, meglio usare un buon PC+SW, nè il sentimentale, a meno che nn si voglia unificare con l'animale
- volendo invece diversificare dobbiamo essere ben coscienti che ci unisce quasi tutto!
- quello che ci dividerebbe è la fantasia, l'immaginazione, l'elaborazione simbolica.... Ma: siccome sono conseguenza del linguaggio... se si insegnasse il linguaggio a un primate?? ( tentativi già in atto ..)
- resta quell'indefinibile " coscienza ". Sembra caduta l'ipotesi Penrose ( microtubuli ), ma si segue la via elettromagnetica ( EEG)...
Ma prima bisognerebbe accordarsi su cosa è VITA.
- inreressante capire EVO/DEVO: non siamo solo DNA ma mmmolto è legato a esperienze e ambiente: in estrema sintesi siamo gli altri, nel senso che le relazioni ci formano, ci determinano.
In conclusione punterei, più che sul sezionamento della singola Persona, sul collegamento globale dell'umano e, perchè no, dell'intero BIOS, magari in prospettiva di crescita ( cfr punto OMEGA di TdC )
NOTA IMPORTANTE: la CC si DEVE autolimitare nel legiferare su TUTTO e concionare su tutto ( vedi CCC). Non basta l'Annuncio??

Angelo Biscardi

Mi scuso in anticipo per la frettolosità e la scarsa accademicità del mio intervento. Riflettevo su una cosa.
Io condivido in pieno gran parte di quello che è scritto in questo post e nei commenti, sposo in pieno una visione unitaria dell'uomo, vedo con favore il recupero della mentalità "ebraica" rispetto a quella "greca". L'uomo è un tutt'uno, anima e corpo non devono essere compresi come due componenti dell'uomo, ecc.
Eppure, se l'uomo ha "prodotto" una concettualità che porta a una sorta di dualismo, ci sarà anche un motivo?
Penso, per esempio, all'esperienza della malattia, quando una persona sente di essere "di più" di quel corpo sofferente e limitato. Più in generale, in alcuni momenti sentiamo di essere un tutt'uno, ma in altri si può sentire il bisogno di sentire che in noi c'è un qualcosa che va oltre alla limitatezza e alla caducità della carne-basar.
Quindi, in modo veramente banale, rifletto sul fatto che le due visioni sono in qualche modo in tensione: essere un tutto unitario ed essere "più del proprio corpo" sono forse due dinamiche in tensione che dal punto di vista concettuale hanno prodotto un vocabolario che rende ragione di entrambe.
Rifletto, dunque, sul fatto che l'uomo nei vari frangenti della storia, della filosofia e della teologia, hanno evidenziato in modi e tempi diversi ambedue le sensibilità.
Penso che sia strutturale nell'uomo pensarsi come un essere unitario di "anima-corpo" come relazione a Dio e agli altri nella concretezza di una storia, ma sente anche la necessità di pensarsi come un essere che ha una illimitatezza (anima, spirito, intelletto) che non è vincolata alle restrizioni del corpo e della storia.
Prendetela così, un contributo un po' gettato nella mischia. Buon lavoro a tutti. soprattutto a te, Christian.

pietro b.

X Angelo.
1) non esistono due margherite perfettamente uguali. Ancor più due Persone..
2) se è vero che l'uomo più che sostanza è relazione, a maggior ragione va visto come la possibilitá di cambiare, nel male o nel bene. In qs senso la vita è una possibilità, LA POSSIBILITÀ che ci è data..
3) arrivare a riconoscersi figli di Dio presuppone un cammino che coinvolge tutta la persona. Vivere : si può farlo da automi, da depravati, da ricchi chiusi, da mendicanti aperti, da ... Per questo non esiste risposta univoca a cosa è "uomo"

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