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28/01/13

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franca viganò meda

Da don Angelo Casati, questa riflessione sulla Memoria di qualche anno fa, che mi sembra valga la pena leggere
franca viganò meda

Febbraio 1997

Dai sotterranei di una stazione

Non avevo mai visto, prima d’allora i sotterranei della Stazione Centrale. La prima volta fu il 30 gennaio.
Quella sera, quando, percorso un tratto del tunnel di via Tonale, per una porticina che non avevo mai notato, sbucai nella penombra dei sotterranei, ebbi come la sensazione di varcare una soglia, di scendere nelle catacombe di una città.
Nelle catacombe -tu lo sai- vai a onorare una memoria. E anche le ombre sono sacre.
Prima di me per quell’angusta porta erano entrati quella sera, quasi trattenendo sul passaggio il fiato, decine e decine di giovani, ragazzi e ragazze.
Sul marciapiede tutti rallentavamo, come se ci fosse più in là una strozzatura, un passaggio da attraversare, precluso a potenti e giganti, aperto a coloro che “hanno fame e sete di giustizia”.
Uno ad uno attraverso la porta ristretta. E poi tutti nella penombra sacra.
Qua e là la luce pioveva dall’alto. Dalle travi di cemento annerite sui volti. Una luce fioca lasciava intatto il mistero delle ombre e paradossalmente dilatava, accendendoli di complicità, gli occhi, quasi ci riconoscessimo tutti per la fedeltà a una memoria, quasi avessimo tutti ottemperato a un unico richiamo, quello della scritta che campeggiava in un mare di luce calda sulla parete di fronte: “Coloro che non hanno memoria del passato” -diceva la scritta- “sono condannati a ripeterlo”.
E due date: 30 gennaio 1944 - 30 gennaio 1997.

A convocarci con il consueto tam tam del passa-parola tra amici era stata, ancora una volta, la comunità di S.Egidio, non nuova a intuizioni profetiche lungo i sentieri della storia.
Uno dei ragazzi della comunità sotto la scritta calda di luce parlava. Era un parlare pacato, ma fermo.
“Siamo giunti oggi qui” -diceva- “ provenienti da luoghi differenti per fare memoria degli ebrei di Milano che tra il dicembre del ‘43 e il dicembre del ‘44 furono deportati da questi sotterranei con convogli ferroviari per essere condotti verso i campi di sterminio nazisti.
Abbiamo attraversato le strade della città ripercorrendo idealmente quel drammatico tragitto che nella notte del 30 gennaio del 1944, caricati sui camion, compirono decine di ebrei dal carcere di S.Vittore alla Stazione Centrale.
Una deportazione silenziosa, nel buio, su camion coperti da teloni, su vagoni piombati. Tutto doveva avvenire come se non accadesse nulla, nascosto agli sguardi, sottratto alla memoria.
Ci ritroviamo in questo luogo così denso di significato per fare uscire dai sotterranei le vicende di quel giorno, per illuminarlo con la luce della memoria...”.

Prendendo luce, gli uni dagli altri, ognuno ha acceso una piccola candela. Ora negli occhi di tutti arde come brace la memoria.
Le parole dei sopravvissuti hanno, questa sera, come fondale, i canti appassionati dei salmi di Davide, hanno come accompagnamento i rumori dei convogli in transito.
Il sibilo impazzito dei treni sembra evocare fino allo struggimento il sibilo lontano di partenze senza ritorno. Il rombo nei sotterranei sembra prolungare nei cuori, fino a sfondarli, il rumore di lontani convogli, dove, ammassati come bestie da macello, erano uomini e donne, anziani e bambini.
“Sul convoglio partito da Milano il 6 dicembre” -dice una voce- “furono deportati i seguenti bambini: Masaltov Arditti di 11 anni, Giovanna Costantini di 8 anni ed il suo fratellino Giulio di 6, i loro cuginetti Giulia e Mario di 2 e 5 anni...”. E nomi e nomi di bambini.
Guardo le candele che portiamo nelle mani. È come se ad ogni nome di bambino -come se al tuo nome, Rosa Osma, bambina di pochi mesi- ardesse uno di questi piccoli ceri.
Dice la voce e si incrina: “Furono tutti selezionati con le loro mamme per la camera a gas”.
Usciti in una nuvola. Annullati in un cielo grigio, vanificati: così pensavano. Ma qui, nell’ombra sacra, il vostro volto è icona a cui accendere il cero della memoria.
E la voce continua: “Sul convoglio partito da Milano il 30 gennaio furono deportati i seguenti bambini...”
Avremo ceri sufficienti, Signore?: mi chiedo. Avremo ceri sufficienti per ogni volto di bambino?

Vorrei uscire dalle file e dare a te, Liliana Segre, qui con noi questa sera, uno di questi ceri. Tu, una del secondo convoglio, partito come se fosse oggi, il 30 gennaio, tu allora tredicenne, anche tu destinata all’uscita del cielo attraverso il forno a gas, destinata ad una nuvola di fumo, e oggi qui con noi e con Goti Bauer, a ricordare.
A ricordare i saluti strazianti nel carcere di S.Vittore, a ricordare la lunga fila di camion in un’alba assonnata di una città deserta verso la Stazione Centrale.
“Andammo” -dici- “nei sotterranei, il treno non partiva dai binari passeggeri. Qui, sì, ci fu violenza: SS con cani, scudisciate per farci salire a gran velocità su questi vagoni, bastonate, i vecchi che non ce la facevano, parolacce, solite cose che diventarono poi di ordinaria amministrazione”.
Tu a ricordare il lungo viaggio su carri bestiame, volti di uomini e donne che spiavano dalle fessure, come musi di animali destinati al macello.

Il cuore è gonfio di emozione. Guardo con orgoglio, con fierezza, questi ragazzi che nei giorni del “consuma e getta” tengono ostinatamente accesa nei sotterranei della città la memoria, quasi li prendesse la paura che ancora per poco saranno tra noi i testimoni, quasi volessero fissarne negli occhi i volti, nel cuore la voce.
E i sotterranei diventano simbolo eloquente. Occorre ricostruire luoghi della memoria.
Fuori, lungo il tunnel di via Tonale il traffico è senza sosta: sommersi dal frastuono, abbagliati dalle immagini, maschere vuote senza memoria.
Occorre varcare la soglia e ritornare nei sotterranei, nei sotterranei della memoria. E resistere. Resistere all’indifferenza, alla confusione, allo stordimento.
Tra poco sarà Quaresima. Varcare lo stretto passaggio e scendere nei sotterranei della Quaresima e accendere un cero alla icona del Crocifisso Risorto. Tempo del sotterraneo, per resistere all’indifferenza, alla confusione, allo stordimento.

Guardo le candele, che ardono a centinaia in questa ombra sacra e i pensieri del cuore corrono a un mazzo di esili candeline greche in regalo nella mia casa.
Il biglietto con cui Anusc le accompagnava, come dono per il Natale, diceva: “...sono candele greche. Le abbiamo comprate quest’estate da un vecchietto in una piccola drogheria ombrosa che resisteva stoica all’avanzata del consumismo turistico. In Grecia le chiese sono piene di queste piccole candele piantate nella sabbia. Lo trovavo molto bello. Luce e terra .... e poi la luce di una candela è viva...”.
Guardo i volti accesi dei ragazzi e delle ragazze, accesi dalla memoria. E nel cuore li vado comparando alla vecchia, piccola, drogheria, che, resistendo stoica, vende ostinatamente candeline della memoria.
Impresa sovrumana, teneramente patetica, destinata a fallire -direbbe qualcuno- se non fosse per la luce che abita gli occhi di questi ragazzi, di queste ragazze.
Mi fermo a contemplarli, un attimo ancora, prima di uscire. Come sono belli i volti abitati dalla memoria!

don Angelo


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