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« Don Primo parla ancora | Principale | Enzo Bianchi e Vito Mancuso: dialogo a distanza »

29/04/09

Commenti

Daniele

Sono d'accordo con Christian sulla debolezza del riferimento di Mancuso alla Scrittura e, di conseguenza, alla storia, quella di Gesù ma anche quella più generale.
Se c'è una qualità gnostica nel suo pensiero la individuerei proprio qui: nel rifuggire il fatto che la Rivelazione è innanzitutto qualcosa che avviene in "eventi e parole intimamente connessi" e non come un raggio di luce che rifulge per noi da qualche iperuranio, limite che non di rado si riscontra anche nella dottrina proclamata dalla gerarchia dato che anche il dogma sottratto alla storia corre lo stesso rischio.
Un'altra cosa non amo di Mancuso: il fatto che, pur proclamando la necessità di adeguare la teologia allo statuto delle conoscenze odierne, non riesca a poi a far di meglio che riproporre un hegelismo insaporito con un po' di evoluzionismo!
È importante proporre certe questioni, e Mancuso senza dubbio lo fa, su diverse questioni concrete condivido le sue posizioni ma, se si deve "rifondare la fede", non credo che la via da lui percorsa sia quella più feconda.

Mauro

Io inviterei a sottolineare non tanto i limiti di Mancuso, in quanto l'importante non è definire se lui abbia ragione in tutto. A me personalmente interessa cogliere alcune buone intuizioni e fare in modo che si diffondano tra i miei amici e nella chiesa. In fondo non dobbiamo diventare mancusiani, ma solo un pò più cristiani. Vi invio il link ad una mia lettera a Mancuso sul libro "L'anima ed il suo destino". http://alternativenellachiesa.blogspot.com/2008/04/lanima-e-il-suo-destino.html dove sottolineo quali sono queste buone intuizioni (e anche qualche limite)

chrisarr

Premetto che non conosco Vito Mancuso, e quanto scriverò si basa unicamente su quanto ho letto oggi su questo blog. L’articolo di oggi ha comunque stimolato la mia curiosità a richiedere in biblioteca il libro “L' anima e il suo destino”. Dall’articolo di Repubblica citato oggi alcune cose mi lasciano perplesso, pure in un teologo che si autoriconosce eterodosso, ma che pur sempre mi sembra faccia riferimento alla fede cristiana. In particolare, afferma che “1) è la giustizia che salva; 2) la giustizia può essere attuata da ogni uomo, dentro o fuori la Chiesa, essendo legata alla logica della creazione”.

Anch’io qui posso definirmi “eterodosso”, facendo riferimento alla comprensione luterana ed wesleyana della salvezza. Proprio perché mi riconosco in questo pensiero, vedo come errato il riferimento ad una giustizia che l’uomo attua autonomamente, legata alla “logica della creazione”. Nessun uomo è capace della giustizia cui Dio ci chiama, che sia cristiano o meno. Nessuno è in grado di “praticare” la giustizia cui siamo chiamati, e di conseguenza vantare alcunché di fronte al Signore; non vi sono meriti da esibire, ma solo una chiamata cui possiamo rispondere. Credo piuttosto in una giustizia ed in una salvezza che ci viene offerta gratuitamente da Dio, e che l’uomo è libero di accettare nella fede o di rifiutare.

La giustizia e la salvezza che qui viene delineata sembra invece una giustizia che non viene donata da Dio, ma che l’uomo si costruisce da se (se non fraintendo il pensiero di Mancuso dalle poche briciole che ho letto). Ed il fatto stesso di accantonare, di prescindere dall’evento storico della Resurrezione di Gesù per giustificare il rifiuto della teologia dell'”extra ecclesiam nulla salus”, beh a me sembra banalizzare la fede cristiana stessa, toglierle la base fondante.

Anch’io credo che la salvezza non sia un’esclusiva, un monopolio della chiesa cattolica romana e della sua gerarchia. Anch’io credo che la salvezza sia possibile per un cattolico, per un protestante, per un indù, un buddista o un musulmano. Ma è una salvezza ed un rapporto con Dio che si esprime in termini diversi in ogni tradizione religiosa, e non serve (ed è disonesto) liquefarle tutte in un unico indifferentismo religioso, con la scusa che se “la salvezza è legata all' evento storico di duemila anni,(...) è quindi inevitabile che tutti coloro che a quel singolo evento storico non partecipano (cioè la gran parte dell' umanità visto che la specie Homo sapiens ha origine 160.000 anni fa) ne vengano esclusi”.

Il messaggio, la chiamata e la risposta di fede cristiana ha un carattere nettamente diverso da quello delle altre fedi. Altrove a me sembra che sia l’uomo che si costruisce la salvezza (nell’islam e nell’ebraismo sottomettendosi ai dettami comportamentali di Allah/Jahve, nel buddismo ricercando attivamente il distacco dal mondo e il conseguente nirvana); nel cristianesimo l’uomo può solo accettare o rifiutare il dono della salvezza propostagli da Dio, ogni altra opera che non sia pura conseguenza, concretizzazione di questa scelta fondante, è inutile di fronte al Signore. Quanto a Paolo ed al ”extra ecclesiam nulla salus”, se ricordo bene nella lettera ai Romani ammette lui stesso che vi possa essere una forma di giustizia pure per chi, pur non sottoposto alla Legge, naturalmente la segue (Rm2:14-16). Distinguerei comunque ciò che dice l'Evangelo da ciò che arbitrariamente nei secoli ha sostenuto la tradizione ecclesiastica.

Ignorare la centralità del fatto storico di Cristo significa voler parificare artificiosamente la fede cristiana alle altre. Considerare “per standard” che la prassi dell’uomo in materia religiosa debba essere primariamente quella di praticare un’etica, una morale, anziché credere nella grazia divina, solo perché questo è l’atteggiamento più naturale dell’uomo da 160.000 anni fa a questa parte (che si illude sempre di poter essere l’artefice della propria salvezza, di poter dominare oltre questo mondo anche l’altro con i propri riti; praticando una religione anziché credendo ad una fede), e tralasciare l’evento di 2000 anni fa, è come pretendere di abbandonare i computer solo per poter essere alla pari con chi utilizza ancora il pallottoliere. Ottimi strumenti entrambi entrambi, ma il primo permette di effettuare calcoli all’altro preclusi…

La cosa che più mi colpisce infine di questa “eterodossia” è quanto questa sia comunque complementare all'”ortodossia” cattolica. Se ben comprendo il presunto monopolio cattolico sulla salvezza si fonda su una ”esclusiva” che viene loro attribuita circa l'insegnamento e la corretta interpretazione delle Scritture. Esclusiva interpretativa che ha portato ad una corposa raccolta di norme in materia etica e morale, cui il fedele dovrebbe interamente conformarsi. Chi non lo fa (o meglio, chi lo fa apertamente) dovrebbe trovarsi automaticamente fuori della comunione ecclesiale e quindi fuori dalla Salvezza. Qualcuno 500 anni fa ha saputo già dimostrare la falsità di questo assunto per cui ”extra ecclesiam nulla salus”, e senza dover accantonare il fatto storico Gesù, di 2000 anni fa... Non si aprono le porte della salvezza togliendo Gesù, ma rendendosi conto che senza di Lui pure per un cattolico papa e gerarchie non dovrebbero avere più di tanto alcun valore.

Giovanni - un cristiano cattolico

Ho ringraziato più volte Christian per la validità di questo spazio internet. Anche la vitalità di questa discussione che si è qui accesa intorno al pensiero di Vito Mancuso mi sembra confermarlo.
E ringrazio tanti amici (come "chrisarr" e gli altri che mi hanno qui preceduto), perché dopo averli letti mi sento arricchito.

Tento una riflessione personale (e quindi eterodossa) sull'affermazione "extra ecclesia nulla salus", riferita da qualcuno a san Cipriano di Cartagine (III secolo). Ma forse noi non saremmo qui a parlarne se non fosse stata rilanciata dal Concilio di Trento (XVI secolo) e dal Catechismo di Pio X (XX secolo).

Il primo pensiero è che quella di Cipriano sia stata una Chiesa differente, in cui pur essendo ben presente il problema dell'eresia e delle separazioni, non poteva essersi troppo sbiadito il concetto di Chiesa degli Atti degli Apostoli: Chiesa era, prima di tutto, la comunità di coloro che credevano in Gesù Cristo.
"Questo Gesù ... in nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati." (At 4,12).

Ancora un secolo più tardi, quello dei Concili di Nicea e di Costantinopoli, si parlava di Chiesa (anzi, di Chiesa Cattolica) intendendo parlare di Chiesa Universale, il che non si può dire proprio della Chiesa del Concilio di Trento, troppo preoccupata di escludere dalla salvezza ... gli altri.

Allora, cosa intendiamo se affermiamo oggi "extra ecclesia nulla salus"? Che la salvezza è riservata alla "Chiesa cristiana cattolica romana" (cui appartengo), oppure è riservata a tutti coloro che fanno parte della "Chiesa universale" e che ritengono che la salvezza venga da Gesù Cristo e dalla sua Morte e Risurrezione? Oppure ancora ...

A mio avviso, noi (cattolici romani e non) siamo sempre troppo ansiosi di "insegnare a Dio il suo mestiere", come se Lui non fosse abbastanza capace di farlo. Questo è vero soprattutto quando si tratta di giustizia e, per conseguenza, di salvezza. Forse abbiamo il timore che il nostro Dio sia troppo misericordioso, che la sua misericordia sconfini nel buonismo e che possa salvarsi anche colui che noi vorremmo condannare. E ci diamo tanto da fare tutti noi (dall'uomo comune fino al ... magistero) per piantare dei paletti, degli steccati in cui devono muoversi i nostri fratelli diversi da noi. Ma forse questi steccati, più che per mettere regole agli esseri umani come noi, li piantiamo per mettere regole a Dio: ci fa paura quella strana giustizia di Dio così diversa dalla nostra e così difficile da capire!
La "parabola degli operai nella vigna" (Mt 20, 1-16) mi sembra vicina al nostro tema: noi tutti siamo incapaci di accettare facilmente un Dio che sia contemporaneamente "giusto e misericordioso"; vorremmo quindi essere noi a dargli delle norme più conformi al "nostro" criterio di giustizia e di salvezza, perché Lui, da solo rischia di combinare dei pasticci ... Ma facciamo attenzione a non costringere Dio a chiederci: "... sei invidioso perché io sono buono?" (cf. Mt 20,15)

In queste pagine è stato ricordato Paolo e la sua lettera ai Romani. Questa lettera, in sintesi, ha lasciato in me soprattutto questo insegnamento.
Dio si è rivelato all'uomo in vari modi: al "non credente" per mezzo delle "perfezioni invisibili contemplate con l'intelletto" (cf. Rm 1,20ss) ed al "credente" mediante la Rivelazione (guai però a fermarci alla sola Legge).
Ma nessuno, "greco o ebreo" e (se mi permettete l'estensione) "non cristiano o cristiano" può salvarsi per la sua sola giustizia. Non esistono "giusti" (i soli giusti sono i farisei), ma esistono solo coloro che sono "giustificati" e salvati per grazia di Dio.

Dio merita certamente che gli lasciamo la libertà di giustificare e salvare quelli che vuole lui, indipendentemente dai limiti che i suoi fedeli vorrebbero imporgli.
Se lo lasciamo fare corriamo il rischio che egli voglia salvare anche quel nostro fratello che noi vorremmo ... mandare all'inferno. Ma corriamo persino il rischio che, in uno sconsiderato impulso buonista, voglia persino salvare ... noi, malgrado tutte le nostre insufficienze.

Forse mi sono un po' troppo allontanato dalla discussione iniziale su Mancuso e sulle eventuali sue vicinanze alla gnosi. Chiedo scusa. Ma, per caso, non siamo diventati un po' troppo timorosi di questo genere di eresia, dopo i romanzi di Dan Brown ed il lancio commerciale del Vangelo di Giuda da parte di National Geographic?

tonino infante

Mancuso dice una cosa molto semplice: Chi persegue il bene e la giustizia vive nella dimensione divina anche se non ne è al corrente. A me non sembra una tesi così assurda, oppure abbiamo bisogno di particolari connessioni o tichet per dirci cristiani. E' proprio questa nostra assurda pretesa ad essere particolari " unici" a non rendere universale la religione cattolica.

luca anedda

Mancuso ha avuto l'enorme merito, nella sua disputa con Augias, di saper coinvolgere il lettore in un ragionamento che ha una logicità e si accetta per coerenza di pensiero. Che queste idee possano sembrare, o essere, in contrasto con la dottrina della dirigenza ecclesiastica, lo trovo del tutto irrilevante. Si tratta di capire solo la bontà del ragionamento, con la massima serenità e spazzando per quanto possibile ogni preconcetto.

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