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« Chiesa e modernità | Principale | Fede e storia »

25/09/08

Commenti

daniela

Personalmente ritengo che la questione debba essere normata dal legislatore perchè quella è una delle sedi proprie del concetto di vita, di disponibilità della vita, di morte e di disponibilità della morte.
La situazione attuale è che in molte discipline - dettagliatamente normate dal legislatore - manca o è assolutamente confusa e carente la pre-norma, ovvero la fonte normativa che definisca i concetti. Come dire: ti dico che per fare il pane ci vuole farina, acqua, sale e lievito ma non ti dico cosa può dirsi "farina".
Ciò detto, è evidente che la norma, almeno nel nostro sistema, non può che essere generale ed astratta: ogni singola fattispecie concreta deve poter essere riconducibile ad essa senza contraddizioni.
In sè, una norma generale ed astratta, deve anche essere "etica", nel senso che deve esprimere il risultato delle conoscenze raggiunte e condivise dalla maggioranza dei cittadini rappresentata in parlamento.
La nostra norma quindi, pur con tutti i limiti intrinseci al fatto che è generale ed astratta, deve nascere dall'armonizzazione dei saperi: al tavolo della discussione vi saranno tutte le discipline, filosofiche, umanistiche, scientifiche e religiose, portatrici di saperi, e sul minimo comune denominatore si lavorerà per una norma condivisa.
Tutto questo nel mondo dei sogni.
Daniela

enrico

Anche in questo delicato argomento, quello della fine della vita, così come in altri temi delicati (omosessualità, divorziati e separati ecc.) mi sembra che la difesa, pur legittima, dei principi morali, si dimentichi che di mezzo ci sono le singole persone, con il loro vissuto e i loro problemi.

Però mi sembra che, nei fatti, a voler salvare a tutti i costi i principi, si finisca per perdere le persone.

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