La mia foto

Seguimi su Facebook

Contatore

Altre vie

  • Fine Settimana
    Rassegna stampa sulle questioni religiose curata dall'associazione "G. Giacomini" di Pallanza.
  • Vino Nuovo
    Blog collettivo di giornalisti cattolici.
  • Viandanti
    Una voce laicale dell'opinione pubblica nella Chiesa, con una presa di parola libera e pubblica.
  • il Sismografo
    Raccolta di links in 5 lingue su notizie della Chiesa Cattolica, Ecumenismo e Dialogo interreligioso.

« I cattolici e il Partito Democratico | Principale | Apprezzare la Messa in italiano »

10/07/07

Commenti

Giancarlo

E' davvero un segno sconsolante dei tempi che si abbia il bisogno di sottolineare che uno dei frutti migliori del Vaticano II sia un legittimo progresso nella fedeltà alla tradizione! Sia il termine "progresso", che l'espressione "fedeltà alla tradizione" andrebbero comunque discussi e ripensati. In questi termini si addensano pesantissimi problemi. Il termine progresso indica una evoluzione senza discontinuità, che è proprio quanto viene affermato dal motu proprio circa i due riti. Ora dietro i due riti stanno due percezioni diverse dell'essere chiesa e del rapporto della chiesa con il mondo. Passare da una visione di chiesa come "società perfetta", come cittadella assediata dalle forze del male, come custode, depositaria, possidente della verità, ad una chiesa popolo di Dio pellegrinante nella storia, sempre bisognosa di conversione, in compagnia degli uomini, testimone della verità/amore, che non ha solo da dare ma anche da ricevere... E' solo progresso o non anche discontinuità? Si capisce perché Alberigo sia stato tanto avversato in Vaticano.
Fedeltà alla tradizione in un mondo in continua trasformazione non è mai ripetizione ma riattualizzazione nell'oggi di quanto di bello, di buono e di grande abbiamo ricevuto da chi ci ha preceduto, purificandosi dalle inevitabili scorie e incrostazioni che accampagnano il cammino umano.
Credo inoltre che la ricerca dell'unità, presente nella giustificazione fondamentale del motu proprio, non può fondarsi sull'ostilità, sul disprezzo o almeno sulla svalutazione degli altri.
Se per salvaguardare l'unità devo mantenere un rito che parla di ebrei "accecati" e "da convertire" vado contro quel grandioso e appassionante commino di ripensamento dei rapporti nei confronti dei nostri fratelli maggiori.
Perché si deve avere timore di dire che il nuovo rito non è solo un miglioramento rispetto al precedente ma è anche un cambiamento di prospettive, una novità nel modo di intendersi come comunità celebrante attorno alla grande tavola del pane e della parola, quella tavola che è per tutti, nessuno escluso, o non è?
Temo che ci sia una concezione idolatrica della tradizione, che, in quanto idolatrica, non la rispetta veramente.

Gian Contardo

Non faccio mistero di non avere alcuna simpatia per i "teocon" e meno che mai per i cattolici (?) reazionari.

Tuttavia, sento come necessario e indispensabile ogni sforzo che eviti divisioni e ricomponga fratture.

Se si opera per dividere, si è eretici: nel vero senso del termine, che non è essere una minoranza che dissente ma un gruppo che separa, che divide.

In quest'ottica, se la "liberalizzazione" della messa in latino servirà a ricondurre i 600.000 lefevriani nella Chiesa, sarà un bene per tutti.

A patto però di tre doverose precisazioni.

1. I lefevriani non sono stati cacciati dalla Chiesa ma si sono posti fuori da essa; e non per la questione della messa in latino, si ricordi bene, ma per l'atto ben più grave compiuto da mons. Levebvre di ordinare dei vescovi nonostante il divieto del Vaticano. Sono diventati, dunque, eretici.

2. Il loro rientro nella Chiesa dovrebbe essere condizionato alla loro ammissione di responsabilità per gli errori compiuti: non dunque da trionfatori reintegrati ma da umili pentiti.

3. Una volta rientrati, dovrebbero accettare le regole ecclesiastiche, non fare tentativi di "conquista" e ammettere la pari dignità delle posizioni diverse dalla loro.

Restano, naturalmente, le perplessità dell'impressione (che mi auguro non sia sostanziata da fatti concreti) che la Chiesa di oggi tenga molto di più alla ricomposizione con una minoranza arrogante che si è posta apertamente contro di essa, sfidandone l'autorità (non sono canonica ma soprattutto spirituale), e tenga molto di meno al dialogo con moltissimi cattolici "progressiti", che negli ultimi decenni stanno trangugiando molti bocconi amari ma che non sono venuti meno al dovere dell'obbedienza.

Un'ultima considerazione: visto il contesto, la questione della messa in latino rischia di fuoruscire completamente dal suo doveroso alveo liturgico per diventare un pericoloso strumento di propaganda "politica". Politica ecclesiastica ma pur sempre politica e, visti i contenuti, politica della peggior specie.

Gian Contardo

Per Giancarlo.
Ho letto il tuo commento e ti ringrazio per la lucidità e la preoccupata sensibilità dei tuoi ragionamenti.
Grazie.

I commenti per questa nota sono chiusi.

Twitter

Mi piace

I miei libri

I miei e-book

Blog powered by Typepad
Iscritto da 12/2006