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09/05/07

Commenti

Gian Contardo

Quando appresi da Televideo che Piergiorgio Welby era stato accontentato e la sua decisione era stata esaudita, la mia prima sensazione fu di sconfitta. "Ha detto no alla vita, - pensai. - Si è arreso".
Poi, riflettendoci su, mi posi la domanda che ognuno dovrebbe porsi: "E io al posto suo? Cosa avrei fatto?".
Era stato facile per me, fino ad allora, guardarmi dentro, vedere un'anima che non si sente ancora vicina alla fine della vita terrena e un corpo che, pur con problemi fisici maggiori di tanti altri, non ha subito le prove che ha subito quello d Welby, e dire: "Io preferirei vivere; se anche arrivassi a poter solo guardare il mondo che mi circonda senza poter muovere un dito, a comunicare con gli occhi e con degli strumenti, a poter respirare grazie ad una macchina, io preferirei vivere. Potrei dialogare, sapere cosa accade intorno a me, farmi leggere dei libri, ascoltare musica: tutto ciò sarebbero comunque immensi doni di Dio e sarebbe mio dovere, oltreché mio piacere, goderli".
Sono ancora di questa opinione ma il punto di sospensione del giudizio (inteso come opinione e non come verdetto di un processo), il dubbio rimane: "Se mi trovassi al posto di Welby, cambierei la mia decisione?". Onestamente, non mi sento di rispondere a questa domanda con certezza.
Resta inoltre il fatto che quello che noi scegliamo va bene per noi; altri possono fare scelte diverse e queste scelte vanno comunque rispettate.

Certo, anche a me non è piaciuto per niente l'uso politico che i radicali hanno fatto del caso Welby. E' stato squallido trasformare una singola situazione personale, una sofferenza personale, unica, irripetibile (come lo è la vita di ciascun individuo) in un'occasione di propaganda per far sì che quella decisione, unica, irripetibile, diventasse una possibilità offerta a tutti per legge.
Penso che una legislazione da varare sull'eutanasia attiva (col consenso cioè del morituro interessato) sia una materia da maneggiare con molta, moltissima cautela: gli abusi e la leggerezza con cui verrebbe applicata potrebbero portare a veri e propri omicidi di persone a cui basterebbe ben poco, un aiuto, un sostegno, per giungere con dignità e serenità in modo naturale all'ultimo istante della vita terrena, senza alcun bisogno di anticipare quell'istante.
Ma anche su questo aspetto è forse saggio porsi più dubbi che certezze.

Quanto ai funerali religiosi negati a Welby, resto dell'idea che questa decisione da parte del vicariato di Roma sia stata una mancanza d'amore. L'articolo di Davide Rondoni, che ho letto prima di scrivere questo commento, parla di "ultimo istante" e di "affidamento di una creatura alla misericordia di Dio". Or bene, nessuno può affermare con certezza che, pur dopo aver dato il suo consenso a far staccare il respiratore artificiale, nel suo ultimo istante di vita Welby non abbia incontrato Dio; così come, non essendo i funerali un giudizio sulla vita del defunto, si poteva benissimo affidare lo stesso Welby alla misericordia di Dio, anche se non l'aveva chiesto espressamente. Non foss'altro per dare un po' di conforto alla sua anziana madre, che aveva desiderato le esequie religiose per il figlio.
Ma il punto che mi lascia veramente sconcertato è la motivazione con cui il vicariato di Roma ha negato i funerali religiosi a Welby: questione di opportunità, necessità di eviutare che con essi la Chiesa venisse sospettata di essere conciliante con la legalizzazione dell'eutanasia.
Anch'io, come molti, ho trovato ipocrita l'atteggiamento di molti atei o agnostici che all'ultimo saluto a Welby si sono fatti paladini dei funerali in Chiesa. E proprio per questo ritengo che, forse, accordando a Welby le esequie religiose, il vicariato di Roma avrebbe spazzato via ogni equivoco, ogni strumentalizzazione, avrebbe mostrato al mondo che la Chiesa sa accogliere anche chi fino all'ultimo non fa parte di essa.
Questione di opportunità. Ma se Gesù Cristo nel suo viaggio terreno avesse seguito questioni di opportunità, sarebbe forse andato controcorrente, avrebbe forse scacciato i mercanti dal tempio, avrebbe forse diluito, mascherato, detto solo in parte la Verità che Dio è Amore?

Rossi Alberto

Pur non essendo favorevle alla autanasia ritengo che la situazione in cui si trovava Welby fosse il frutto di un intervento terapeutico reso possibile dalla tecnologia, ma del tutto inefficace nei confronti della malattia da cui era affetto.
Un respiratore artificiale consente si la sopravvivenza, ma non influenza minimamente l'evoluzione della distrofia muscolare per cui questa continua oltre il suo naturale decorso permettendoci di osservare la completa distruzione dei muscoli.
Senza respiratore abbiamo una morte per malattia su cui non abbiamo da fare commnenti: una morte per una potologia incurabile.
Il paziente, o chi per lui, può chiedere che venga applicato un respiratore per sopravvivere, ma dal quel momento noi creiamo una situazione nuova ed innaturale: un uomo di norma non vive con un tubo in tachea che non è, assolutamente, una situazione piacevole.
Quando il paziente decide di interrompere la terapia ventilatoria vengono fuori i problemi: è una decisione a cui nessuno pensa nel momento dell'applicazione.
Quando stacchiamo il respiratore il paziente muore, ma chi è che ne determiana la morte?
La malattia? se è così è una morte naturale.
Il distacco del respiratore? se è così allora è una eutanasia attiva.
Come si può rendere al paziente il diritto una morte naturale e dignitosa?
Le condizione in cui viveva Welby non era neturale, ne dignitosa.
Vista la particolarità del caso è probabile che la sospensione della "terapia" sembra rappresentare più una rinuncia ad un inutile accanimento terapeutico che ad una autanasia.


lattuga

La vicenda di Welby mi ha prima commossa, poi irritata, poi disgustata.
Tutti noi abbiamo il diritto di non essere curati, lui non chiedeva un'iniezione, non chiedeva di essere ucciso, ma solo di non essere più curato. Diritto di tutti. Penso che tutta quella gente ben pensante e moralista che è stata solo in grado di fare inutili parole non abbia mai visto una persona soffrire e perdere dignità nella malattia, sapere di dover morire, soffrire per questo e essere obbligata da gente estranea a vivere nonostante condizioni pietose. Chi dice che bisogna vivere ad ogni costo in genere è gente che cammina, parla, lavora, RESPIRA.
Staccare la spina a Welby è stato un gesto d'amore, che tutte le grandi autorità (comprese quelle ecclesiastiche) non sono capaci di comprendere.
Ha detto no alla vita? A QUALE VITA? A UNA VITA ARTIFICIALE! A UNA VITA OBBLIGATA! CHE LA NATURA STESSA (>DIO) AVEVA DECISO DI TOGLIERLI ANNI PRIMA, MA CHE LA SCIENZA GLI HA IMPOSTO CON FORZA!
ERA ACCANIMENTO TERAPEUTICO!

E per quanto riguarda i funerali c'è solo da vergognarsi... come ha detto Rivera al concerto del 1 maggio... a dittatori e assassini sì, a lui no.

D. Raineri

Ho la spiacevole impressione che sia le menti che hanno concepito il rifiuto della liturgia religiosa a Welby, sia coloro che hanno fatto di cio' un caso nazionale, non solo siano fuori dal tempo, ma abbiano connotati in comune con gli islamici non moderati che di solito mettiamo dall'altra parte della barricata. Sono certo che Welby avesse tutti i diritti di rifiutare una vita fatta solo di sofferenze, come sono certo che i suoi amici avrebbero fatto meglio a dire alla chiesa di non disturbarsi a pensare se fosse o meno il caso di concedere funerali religiosi: non era semplicemente indispensabile. Diatribe simili hanno oggi l'aria di discussioni tribali, più che di problemi sociali. Possibile che chi dovrebbe credere in Dio, quindi anche nella sua grandezza e onnipotenza, creda anche che abbia qualcosa a che vedere con i piccoli essere umani, fallaci e limitati, che sostengono, motu proprio, di rappresentarlo?
Il clero da secoli fa politica, benedice le armate che vanno in guerra, vende indulgenze e, nel passato, ha torturato e ucciso. Da decenni possiede banche, agisce come un'ottima multinazionale e condanna, come sempre e senza la minima comprensione, tutto cio' che non approva. Che senso ha cercarne l'approvazione?

lattuga

Concordo in modo totale con te, D. Ranieri.

Adele07

Bravo Ranieri e anche Lattuga,
sono con voi,
spero che nessunoi s'intrighi di religione al mio funerale.
Io al posto di Welby avrei fatto l stesso ed aveva ragione.
La religione è tutta basata su auto suggestioni e lavaggio di cervelli.
Sarebbe ora che la smettessero di fare i prepotenti, chi ragiona con la sua mente se ne frega delle loro scomuniche e benedizioni.
Invece di teologi diventate cardiologi, ginecologi e urologhi, fareste piu del bene.
saluti a tutti Adele07 ( Easy rider)

zia elena

Anch'io sono d'accordo con quanto affermato da D. Ranieri, anche se ho letto con piacere il post perchè, benchè io non sia cattolica, mi piace essere informata sui dibattiti nella sfera religiosa.

Ritengo sia interessante che alcune persone che, comunque, si dichiaaino cattoliche, o, perlomeno, credenti, si pongano degli interrogativi sui dictat della Chiesa.

Da laica, non condivido assolutamente molte prese di posizione, atteggiamenti e, a mio avviso, ipocrisie della Chiesa, dove il termine Chiesa rappresenta la gerarchia ecclesiastica massima (leggi = "vaticana"), ma rispetto le posizioni dei credenti che si pongono quesiti sulle imposizioni ricevute.

Distinguo tra fedele che riconosce i valori ed i principi della religione e decide di farli propri (libera scelta) e gerarchia che sfrutta situazioni e persone a vantaggio del proprio potere temporale.

Zia Elena

Giovanni

Com'è possibile giudicare il caso di Welby o tanti altri casi? Il rapporto di un'essere con il suo "ultimo istante" è forse quanto di più intimo e insondabile ci sia nella vita. E' il momento in cui cadono tutti i veli e l'insieme di atti esteriori ed interiori di una persona si confronta con la Verità. Non penso che una Verità di amore possa ricacciare qualcuno in basso perché non degno. Mi pare più credibile che dipenderà piuttosto da noi. Difficile per chi non ha amato, perdonato, accolto, lascarsi amare, perdonare, accogliere da una Luce così intensa. Noi non possiamo giudicare, strumentalizzare, ideologizzare, scomunicare. Possiamo solo amare, perdonare, accogliere. Questo credo sia uno dei problemi della Chiesa oggi. Giudica, fornisce autorevoli criteri morali per chiarire i limiti di un'ortodossia, quando l'unico comandamento lasciato dalla Rivoluzione di Cristo è un comandamento di amore, di apertura.
Mi piace pensare a come è morto Giovanni Paolo II. Nessun accanimento terapeutico, nessuna agonia tecnologico-ospedaliera. E' morto a casa, sereno, staccato dalle macchine; mi ricorda i racconti dei vecchi sioux che quando capivano che era giunto il momento, si isolavano nei boschi e lasciavano che la morte li abbracciasse prima di perdere propria la dignità. Credo che lo stile della morte del vecchio Papa sia stata frutto di una sua esplicita volontà. Comprendo i pericoli di un'eutanasia generalizzata. Capisco il valore che può assumere, in un'ottica cristiana, la sofferenza vissuta come un dono. Ma è così difficile capire che a volte le macchine possono essere un ostacolo alla realizzazione della Provvidenza?

D'IO

Mi fa piacere scoprire che anche dall'interno qualcuno rileva una cosa che mi è parsa tanto ovvia quanto taciuta come notai a suo tempo (vd. http://kontrovento.blog.kataweb.it/realistiche_utopie_tra_cr/2006/12/paradosso_democ.html Ti ringrazio per l'occasione di approfondimento. Ciao
francesc0

patrick

Certo che non è stata eutanasia: interrompere cure che il malato non sopporta più è un diritto garantito.
Infatti avrebbero potuto intubare e alimentare anche Wojtyla, ma lui rifiutò di prolungare l'agonia. Succede così spesso, solo che Welby ha legittimamente deciso di fare della sua esperienza personale una battaglia che aprisse un dibattito nel paese.
Come al solito invece l'Italia chiude gli occhi davanti ai fatti e invece di dotarsi di leggi civili e moderne ascolta solo gli anatemi sui valori "non negoziabili"... ma tanti cittadini vogliono negoziare, mediare, discutere e avere più diritti garantiti per tutti, per migliorare l'esistenza che è data vivere.

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