La seconda lezione storica di Alberto Melloni sui conclavi che sono stati (e sul conclave che sarà).
Vedi qui la II puntata.
La seconda lezione storica di Alberto Melloni sui conclavi che sono stati (e sul conclave che sarà).
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Scritto alle 14:26 nella Conclave 2013, Storia | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Da domenica scorsa, su Rai 3, stanno andando in onda le Lezioni dal conclave di Alberto Melloni, una presenzatione storica della procedura di elezione dei papi.
E' possibile vedere la prima puntata a questo link.
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Sembra che nella cultura cattolica rimangano nostalgie verso Costantino, l'imperatore del cristianesimo religione di stato.
Sul sito dell'Osservatore Romano è in primo piano un articolo che presenta un convegno del Pontificio Comitato di Scienze Storiche.
Costantino - sostiene uno degli organizzatori del convegno, lo storico francese Claire Sotinel - nel bene e nel male, è colui che ha dato la possibilità al cristianesimo di essere un popolo e non una “élite di perfetti” o un club esclusivo riservato a pochi iniziati.
Essere popolo vuol dire essere al potere? Vuol dire contare più degli altri? Non credo proprio che sia la scelta di Gesù, il quale ha scelto sempre l'ultimo posto.
I cristiani diventano un popolo spezzando lo stesso pane, ascoltando la Parola, condividendo i beni, facendosi portatori di pace e di perdono (v. post Quando la religione diventa bestemmia).
Scritto alle 10:32 nella Storia | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Perché gettare del fango oggi, nel 2012, sulla persona di Martin Luther King?
Il 15 febbraio, l'Osservatore Romano, ha pubblicato un articolo di Riccardo Burigana, storico impegnato nel dialogo ecumenico. Burigana riferiva del convegno "Povertà e razzismo", tenuto a Memphis (la città dove King fu assassinato nel 1968) sulla memoria storica dei cristiani che hanno combattuto la discriminazione e la miseria, tra loro spicca proprio Martin Luther King. Scrive Burigana:
Essi rappresentano delle fonti preziose per il cammino ecumenico, soprattutto in uno spirito di condivisione del patrimonio dei “martiri” che appartengono a tradizioni cristiane diverse, come testimonianza comune della fede in Cristo.
Si tratta di una dimensione del dialogo ecumenico nella quale la Chiesa cattolica [...] ha dato un contributo particolarmente significativo a partire dalla celebrazione del Giubileo dell’anno 2000. La riscoperta di queste memorie costituisce un elemento fondamentale per il dialogo ecumenico, che va anche alimentato dalla condivisione dei luoghi a cui queste memorie sono legate.
Al convegno ha partecipato anche il presidente della Commissione per il dialogo ecumenico dell'episcopato statunitense. In questa stagione di assalti al Concilio Vaticano II, però, sembra che l'ecumenismo dia fastidio, come dà fastidio che un giornale "ufficiale" come l'Osservatore Romano dia spazio a una personalità come il reverendo King.
Infatti, ieri è stato pubblicato, sul sito Vatican Insider, un articolo che ha come obiettivo quello di screditare l'immagine del pastore afroamericano sulla base di notizie di scarsa consistenza e di deboli fonti di seconda mano.
L'autore, infatti, sottolinea che la considerazione che la Chiesa cattolica dovrebbe essere prudente nella condivisione di una "apologia acritica del capo del Movimento per i diritti civili". E citando Vittorio Messori lo definisce uno dei santi laici, ben diverso dai santi cattolici, che il mondo ha creato per poi vederli sbriciolare. Insomma, la figura di King non sarebbe quella di un cristiano esemplare.
Come mai?
Il primo argomento messo in campo è quello della battaglia intrapresa dai figli di King sui diritti economici per l'uso dell'immagine del padre nel memorial a lui dedicato a Washington D.C., intendendola come una dimostrazione di avidità, frutto nefasto dell'educazione famigliare del reverendo. Le colpe dei figli che ricadono sui padri: un argomento veramente risibile, visto che i figli in questione avevano dai sette anni in giù alla morte del genitore.
Martin Luther King ha avuto quattro figli, la maggiore delle quali è morta nel 2007. C'è stata effettivamente una controversia legale tra due dei fratelli e il secondogenito sulla corretta amministrazione dell'eredità paterna. Per evitare una sanguinosa battaglia legale, la gestione dell'eredità intellettuale e materiale di King è stata affidata a un amministratore esterno alla famiglia. Quindi, è difficile accusare i figli di lucrare sul memorial King. Se anche uno di loro ha avuto dei comportamenti discutibili, questo scredita il padre? Resta il fatto che sono state riportate delle voci da altri articoli, senza confronto con altre versioni.
Poi, la rivelazione: la maggior parte di quel che King ha scritto è stato copiato da altri, senza citare le fonti. L'eroe dei diritti civili era in realtà colpevole di plagio? La sua integrità morale era solo una finta?
Il discutibile articolo fa riferimento ai curatori della sua opera omnia che hanno scoperto il plagio, tra i quali lo storico David Garrow, autore di una biografia di King premiata con il Pulitzer, riportando quanto sia rimasto sconvolto e traumatizzato dall'uomo che aveva ammirato e amato.
Anche qui, è una notizia di seconda mano, attinta da un articolo di Vittorio Messori ormai datato.
Messori non è stato accurato nelle sue ricerche come quando si occupa di apologetica cattolica: la notizia è vecchia di circa 20 anni, riguarda gli scritti di King risalenti agli anni della scuola e degli studi teologici e ormai non ha più rilievo rispetto alla sua figura. Infatti, nessuno degli zelanti indagatori è andato a leggere il saggio del 1991 di Garrow in cui la questione è trattata.
King, a sua volta figlio di un predicatore, è cresciuta nel contesto delle "chiese nere" della prima metà del secolo dove era prassi comune imparare a memoria, oltre che i testi biblici, i sermoni dei pastori più celebri. Egli avrebbe, perciò, mantenuto questo modo di pensare nella composizione dei propri testi scolastici in un contesto diverso da quello del mondo accademico di oggi. Garrow fa notare come gli stessi insegnanti di King accettassero questa maniera di procedere come tutto sommato normale.
Garrow ha valutato queste imitazioni come espressione di un pensiero ancora insicuro e privo di tratti originali, in una fase precoce e precedente alla maturazione che lo avrebbero portato a dare "un notevole contributo al miglioramento dell'America e del mondo". Queste le parole del premio pulitzer, per il quale la comprensione di questo processo di maturazione arricchito e ampliato l'apprezzamento per King. Infatti, egli ha continuato ad occuparsi di lui e a scriverne.
Infatti, quello che conta di Martin Luther King è stato il suo impegno per il proprio popolo coerentemente nonviolento, finalizzato alla fratellanza tra le razze, segnato dalla capacità di perdonare i persecutori e portato avanti come dono di sé, subendo arresti e attentati fino ad essere ucciso. Un'autentica testimonianza cristiana alimentata dalla fede.
Ecco perché certi maldestri tentativi di screditarlo appaiono azioni di bassa lega, che non fanno onore ai cattolici. Uno sguardo cattolico dovrebbe essere veramente universale e non settario, pronto a riconoscere il bene, ovunque si trovi.
Scritto alle 16:51 nella Storia | Permalink | Commenti (6) | TrackBack (0)
La vicenda di Marian Kolodziej ha qualcosa di incredibile. Ne sono venuto a conoscenza navigando sul sito della rivista Popoli.
Marian è stato tra i primi prigionieri a entrare ad Auschwitz nel 1940, come attesta il suo numero di matricola, il 432. Nel 1944 viene evacuato e solo il 6 maggio 1945 torna ad essere un uomo libero, dopo aver trascorso tutti gli anni della Seconda Guerra Mondiale nell'inferno dei campi di concentramento.
Non ha mai voluto raccontare la sua esperienza, fino al 1993, quando è vittima di una paresi. Ancora prima di recuperare l'uso della parola, durante la riabilitazione comincia a riversare nei disegni l'orrore che ha visto e subito. E' come lo straripare di un fiume in piena: sono centinaia le illustrazioni che scaturiscono dalla sua mano, un'arte che trae la sua forza comunicativa dal vissuto...
Il gesuita Ron Schmidt ha prodotto un documentario, The Labyrinth, dedicato a Marian e alla sua opera di cui ho riportato qui il trailer.
Noi non abbiamo vissuto l'orrore, non possiamo immaginare che cosa voglia dire. Però, le emozioni suscitate dall'arte, la corda segreta di noi che fa vibrare, sono un modo per stabilire una connessione autentica con chi lo ha provato. E' anche così che ci si risveglia dall'indifferenza di cui scrivevo ieri.
Per non chiudere gli occhi di fronte al male, di fronte all'umanità violata in qualsiasi modo...
Scritto alle 14:55 nella Storia | Permalink | Commenti (0) | TrackBack (0)
Pietro il Venerabile, abate di Cluny, è oggi pressocché sconosciuto. Eppure, la sua personalità ha molti aspetti che potrebbero risultare stimolanti per la Chiesa di oggi, tra cui l'impegno per la riconciliazione e uno sguardo benevolo nei confronti delle altre religioni. Un suo profilo è stato presentato nell'udienza di oggi da Benedetto XVI che sta da un paio d'anni offrendo una serie di ritratti delle grandi figure della storia cristiana, dagli apostoli ai Padri e ai grandi santi. La trovo una delle scelte più fondate del suo pontificato, anche se poco recepita, perché è un vero recupero della tradizione della Chiesa nella sua totalità, una tradizione fatta di tanti volti e voci che è altro dal tradizionalismo egemonizzante e fissista di chi si cristallizza su un'immagine di Chiesa corrispondente alla stagione di Trento e del Vaticano I come se essa racchiudesse la pienezza e la totalità del cattolicesimo.
la figura di Pietro il Venerabile, che vorrei presentare nell’odierna catechesi, ci riconduce alla celebre abbazia di Cluny, al suo «decoro» (decor) e al suo «nitore» (nitor) – per usare termini ricorrenti nei testi cluniacensi – decoro e splendore, che si ammirano soprattutto nella bellezza della liturgia, via privilegiata per giungere a Dio. Più ancora che questi aspetti, però, la personalità di Pietro richiama la santità dei grandi abati cluniacensi: a Cluny “non ci fu un solo abate che non sia stato un santo”, affermava nel 1080 il Papa Gregorio VII. Tra questi si colloca Pietro il Venerabile, il quale raccoglie in sé un po’ tutte le virtù dei suoi predecessori, sebbene già con lui Cluny, di fronte agli Ordini nuovi come quello di Cîteaux, inizi a risentire qualche sintomo di crisi. Pietro è un esempio mirabile di asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri. Nato attorno al 1094 nella regione francese dell’Alvernia, entrò bambino nel monastero di Sauxillanges, ove divenne monaco professo e poi priore. Nel 1122 fu eletto Abate di Cluny, e in tale carica rimase fino alla morte, avvenuta nel giorno di Natale del 1156, come egli aveva desiderato. “Amante della pace – scrive il suo biografo Rodolfo – ottenne la pace nella gloria di Dio il giorno della pace” (Vita, I,17; PL 189,28).
Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine a mediare. “È nella mia stessa natura – scriveva - di essere alquanto portato all’indulgenza; a ciò mi incita la mia abitudine a perdonare. Sono assuefatto a sopportare e a perdonare” (Ep. 192, in: The Letters of Peter the Venerable, Harvard University Press, 1967, p. 446). Diceva ancora: “Con quelli che odiano la pace vorremmo, possibilmente, sempre essere pacifici” (Ep. 100, l.c., p. 261). E scriveva di sé: “Non sono di quelli che non sono contenti della loro sorte, … il cui spirito è sempre nell’ansia o nel dubbio, e che si lamentano perché tutti gli altri si riposano e loro sono i soli a lavorare” (Ep. 182, p. 425). Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi. Secondo la testimonianza del biografo, “non disprezzava e non respingeva nessuno” (Vita, I,3: PL 189,19); “appariva a tutti amabile; nella sua bontà innata era aperto a tutti” (ibid., I,1: PL, 189,17).
Potremmo dire che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione. Così in effetti agiva Pietro il Venerabile, che si trovò a guidare il monastero di Cluny in anni non molto tranquilli per varie ragioni esterne e interne all’Abbazia, riuscendo ad essere al tempo stesso severo e dotato di profonda umanità. Soleva dire: “Da un uomo si potrà ottenere di più tollerandolo, che non irritandolo con le lamentele” (Ep. 172, l.c., p. 409). In ragione del suo ufficio dovette affrontare frequenti viaggi in Italia, in Inghilterra, in Germania, in Spagna. L’abbandono forzato della quiete contemplativa gli pesava. Confessava: “Vado da un luogo all’altro, mi affanno, mi inquieto, mi tormento, trascinato qua e là; ho la mente rivolta ora agli affari miei ora a quelli degli altri, non senza grande agitazione del mio animo” (Ep. 91, l.c., p. 233). Pur dovendosi destreggiare tra poteri e signorie che circondavano Cluny, riuscì comunque, grazie al suo senso della misura, alla sua magnanimità e al suo realismo, a conservare un’abituale tranquillità. Tra le personalità con cui entrò in relazione ci fu Bernardo di Clairvaux con il quale intrattenne un rapporto di crescente amicizia, pur nella diversità del temperamento e delle prospettive. Bernardo lo definiva: “uomo importante, occupato in faccende importanti” e aveva grande stima di lui (Ep. 147, ed. Scriptorium Claravallense, Milano 1986, VI/1, pp. 658-660), mentre Pietro il Venerabile definiva Bernardo “lucerna della Chiesa” (Ep. 164, p. 396), “forte e splendida colonna dell’ordine monastico e di tutta la Chiesa” (Ep. 175, p. 418).
Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’“intimo del cuore” da quanti si annoverano “tra i membri del corpo di Cristo” (Ep. 164, l.c., p. 397). E aggiungeva: “Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo”, ovunque esse si producano (ibid.). Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: “In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi –, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana” (J. Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, 1991, p. 189). Altri aspetti della vita cristiana a lui cari erano l’amore per l’Eucaristia e la devozione verso la Vergine Maria. Sul Santissimo Sacramento ci ha lasciato pagine che costituiscono “uno dei capolavori della letteratura eucaristica di tutti i tempi” (ibid., p. 267), e sulla Madre di Dio ha scritto riflessioni illuminanti, contemplandola sempre in stretta relazione con Gesù Redentore e con la sua opera di salvezza. Basti riportare questa sua ispirata elevazione: “Salve, Vergine benedetta, che hai messo in fuga la maledizione. Salve, madre dell’Altissimo, sposa dell’Agnello mitissimo. Tu hai vinto il serpente, gli hai schiacciato il capo, quando il Dio da te generato lo ha annientato… Stella fulgente dell’oriente, che metti in fuga le ombre dell’occidente. Aurora che precede il sole, giorno che ignora la notte… Prega il Dio che da te è nato, perché sciolga il nostro peccato e, dopo il perdono, ci conceda la grazia e la gloria” (Carmina, PL 189, 1018-1019).
Pietro il Venerabile nutriva anche una predilezione per l’attività letteraria e ne possedeva il talento. Annotava le sue riflessioni, persuaso dell’importanza di usare la penna quasi come un aratro per “spargere nella carta il seme del Verbo” (Ep. 20, p. 38). Anche se non fu un teologo sistematico, fu un grande indagatore del mistero di Dio. La sua teologia affonda le radici nella preghiera, specie in quella liturgica e tra i misteri di Cristo, egli prediligeva quello della Trasfigurazione, nel quale già si prefigura la Risurrezione. Fu proprio lui ad introdurre a Cluny tale festa, componendone uno speciale ufficio, in cui si riflette la caratteristica pietà teologica di Pietro e dell’Ordine cluniacense, tesa tutta alla contemplazione del volto glorioso (gloriosa facies) di Cristo, trovandovi le ragioni di quell’ardente gioia che contrassegnava il suo spirito e si irradiava nella liturgia del monastero.
Cari fratelli e sorelle, questo santo monaco è certamente un grande esempio di santità monastica, alimentata alle sorgenti della tradizione benedettina. Per lui l’ideale del monaco consiste nell’“aderire tenacemente a Cristo” (Ep. 53, l.c., p. 161), in una vita claustrale contraddistinta dalla “umiltà monastica” (ibid.) e dalla laboriosità (Ep. 77, l.c., p. 211), come pure da un clima di silenziosa contemplazione e di costante lode a Dio. La prima e più importante occupazione del monaco, secondo Pietro di Cluny, è la celebrazione solenne dell’ufficio divino – “opera celeste e di tutte la più utile” (Statuta, I, 1026) – da accompagnare con la lettura, la meditazione, l’orazione personale e la penitenza osservata con discrezione (cfr Ep. 20, l.c., p. 40). In questo modo tutta la vita risulta pervasa di amore profondo per Dio e di amore per gli altri, un amore che si esprime nella sincera apertura al prossimo, nel perdono e nella ricerca della pace. Potremmo dire, concludendo, che se questo stile di vita unito al lavoro quotidiano, costituisce, per san Benedetto, l’ideale del monaco, esso concerne anche tutti noi, può essere, in grande misura, lo stile di vita del cristiano che vuole diventare autentico discepolo di Cristo, caratterizzato proprio dall’adesione tenace a Lui, dall’umiltà, dalla laboriosità e dalla capacità di perdono e di pace.
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In giorni di dibattito pubblico che continua a essere melmoso, il mensile Jesus ha pubblicato la prefazione a un libro di Emanuele Maspolo (Ignacio Ellacuria e i martiri di San Salvador, Paoline) che ricostruisce la stragie dell'UCA a 20 anni di distanza. Il testo è di Jon Sobrino, confratello degli uccisi e scampato alla morte perché assente quel giorno. E' uno degli esponenti più importanti della teologia della liberazione e spiega le ragioni della persistente attualità (e scomodità) di una fede che, a partire dalla croce di Gesù, non chiude gli occhi di fronte alla povertà, rileggendola alla luce del messaggio cristiano. Riporto parte del testo.
Sono passati venti anni dal martirio dei gesuiti dell’Uca, l’Università centroamericana in Salvador: Ignacio Ellacuría, Segundo Montes, Ignacio Martín Baró, Juan Ramón Moreno e Joachín López y López. Con loro furono assassinate due donne semplici che lavoravano con i gesuiti: Julia Elba e Celina, madre e figlia. Sono simbolo di molte altre migliaia di donne e bambini che sono morti e muoiono innocenti e indifesi. Non possiamo dimenticare ciò che è accaduto. E con la memoria coltiviamo la speranza che si possa umanizzare questo nostro mondo, che continua a produrre martiri e vittime.
Per comprendere il significato di quelle morti occorre partire dal pensiero di padre Ellacuría, il rettore dell’Uca. Il gesuita insisteva particolarmente, nella sua riflessione, su tre punti nodali. Punti, che bisogna riportare nella coscienza collettiva, nel mondo della cultura e nelle chiese. Dimenticarli significherebbe impoverire la realtà che viviamo, nella società e nella Chiesa, e rendere ancora più difficile il compito più importante del nostro tempo, così come lui lo vedeva: «Invertire la storia, sovvertirla e lanciarla in un’altra direzione». Il pensiero di Ellacuría parte innanzitutto dal concetto di popolo crocefisso, un tema che si dimentica con facilità. Nel 1981, durante il suo secondo esilio a Madrid, Ellacuría scrisse un testo vigoroso. In esso ricorda che «tra tanti segni che come sempre si danno, alcuni vistosi e altri appena percepibili, in ogni tempo ce n’è uno che è il principale, sotto la cui luce si devono discernere e interpretare tutti gli altri. Tale segno è sempre il popolo storicamente crocefisso, che unisce alla sua permanenza la sempre distinta forma storica della sua crocifissione. Questo popolo è la continuazione storica del servo di Jahvé, al quale il peccato del mondo persiste nel togliere l’umanità, che i poteri di questo mondo continuano a spogliare di tutto, strappandogli persino la vita, soprattutto la vita». Il testo è facile da leggere, ma dice cose difficili da accettare, anche da parte delle teologie progressiste e delle politiche di sinistra. Esso dice che il «segno», quello in cui si concentra la realtà, sono «i popoli», le immense maggioranze che vengono private, ingiustamente, della loro umanità e a cui viene data la morte con crudeltà comparabile a quella della crocifissione. Questa è la verità più profonda della realtà. È strutturale. Divide e contrappone gli esseri umani in minoranze del Primo mondo e maggioranze del Terzo mondo. Ha alle sue spalle secoli di storia e continua a essere vigente. In effetti, la parola più audace e più interpellante del testo, scritto più di venti anni fa, è il «sempre» del popolo crocifisso. La tesi del «sempre» di solito non è accettata. Alcuni, infatti, pensano che già viviamo in un mondo sufficientemente umano, nascondendo e fingendo di non vedere l’orrore che si continua a produrre. Non è così. Persino istituzioni ufficiali sono obbligate ad ammettere il «sempre». Secondo il rapporto del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) del 2007-2008, il 20% dei più ricchi assorbe l’82,4% della ricchezza mondiale, mentre il 20% dei più poveri deve accontentarsi dell’1,6%. Ciò significa che una piccolissima minoranza monopolizza il consumo su scala mondiale e le immense maggioranze sono gettate nella miseria. Jean Ziegler, nel suo rapporto per le Nazioni Unite, afferma che nel mondo ci sono più di 900 milioni di affamati e che ogni quattro secondi un essere umano muore di fame. E la tragedia ecologica non è minore. Si cerca d’ignorare o alleggerire il peso del «sempre», ma il dato resta. E s’ignora pure – ed è comprensibile in una società civile ma non dovrebbe essere altrettanto nelle Chiese – che questo popolo crocefisso è il «segno della presenza di Dio». Ed è la continuazione storica del servo di Jahvé. Su questo Ellacuría insistette fino alla fine. Un altro punto importante è il concetto della civiltà della povertà. Su questo tema Ellacuría cominciò a scrivere nel 1982 e vi insistette fino alla fine della sua vita. Era convinto che la nostra società fosse gravemente malata e che la colpa fosse dell’imperante civiltà della ricchezza, che a volte chiamava pure «civiltà del capitale». Tale civiltà offre sviluppo e felicità. Propone come motore della storia l’accumulazione privata del maggior capitale possibile e come principio di umanizzazione la partecipazione e il godimento della ricchezza. In questa civiltà vive oggi il Primo mondo, glorificandosene, con pochi che beneficiano dei suoi successi e le maggioranze che soffrono le conseguenze del suo egoismo. Senza cadere in semplificazioni, né negare i benefici che ha prodotto, bisogna ricordare che un tale progetto non è percorribile perché non ci sono le risorse affinché tutti gli esseri umani possano vivere così. Citando Kant, Ellacuría ricordava che ciò che non è universalizzabile non può essere morale, né umano. E anche se fosse realizzabile, non sarebbe desiderabile, perché ha condotto con sé grandi mali e i meccanismi stessi di autocorrezione non sono né efficaci né sufficienti per invertire il suo corso distruttore. Il peggiore dei suoi mali è che non soddisfa le necessità fondamentali di tutti. Un altro grande male, sul quale Ellacuría insistette ogni giorno con più forza, è che esso non genera «spirito», non genera valori che umanizzino le persone e le società. A tale civiltà egli contrappose la civiltà della povertà. In questa visione il motore della storia è il soddisfacimento universale delle necessità fondamentali e il principio di umanizzazione è la crescita della solidarietà condivisa. La civiltà della povertà è «uno stato universale di cose in cui è garantito il soddisfacimento delle necessità fondamentali, la libertà delle opzioni personali e un ambito di creatività personale e comunitaria che permetta l’apparizione di nuove forme di vita e cultura, nuove relazioni con la natura, con gli altri uomini, con se stessi e con Dio». Alla base della civiltà della povertà c’è la tradizione biblico-cristologica. In tutto l’Antico e Nuovo Testamento si afferma che è dai poveri che proviene la salvezza. E, scandalosamente, anche dalle vittime. Su questo insisteva Ellacuría: il servo sofferente di Jahvé porta alla salvezza. In forma programmatica, nel contesto della 34ª Congregazione generale dei gesuiti, scriveva: «Questa povertà è quanto dà realmente spazio allo spirito, che non si vedrà più soffocato per l’ansia di avere sempre più degli altri, per l’ansia concupiscente di ottenere ogni sorta di bene superfluo, quando invece alla maggior parte dell’umanità manca il necessario. Potrà allora fiorire lo spirito, l’immensa ricchezza spirituale e umana dei poveri e dei popoli del Terzo mondo, oggi spenta dalla miseria e dall’imposizione di modelli culturali più sviluppati in alcuni aspetti, ma non per questo più pienamente umani». Sono parole importanti raramente pronunciate. Parlare dell’immensa «ricchezza spirituale e umana dei poveri e dei popoli del Terzo mondo» non significa nascondersi i mali che genera la povertà. Ma è un fatto riconosciuto che coloro che hanno vissuto e lavorato in Paesi in via di sviluppo, che hanno conosciuto la sua gente, che hanno gioito e sofferto con essa, riconoscono con gratitudine di aver incontrato "qualcosa" che non avevano trovato nel mondo della ricchezza. Questo "qualcosa" può essere l’aver trovato un modo di vivere con speranza e senza arroganza, con misericordia e senza egoismo, con forza fino alla fine e senza tentativi ed esperienze sempre provvisori. Può essere smettere di provare vergogna di far parte di questa crudele specie umana attuale. Questo è «spirito». Per Ellacuría i suoi depositari diretti sono i poveri «con spirito», e coloro che solidarizzano con essi. Con tutti loro è possibile costruire una «civiltà della povertà».
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Il mondo cattolico cercò di muoversi per salvare la vita di Aldo Moro. Ma i nemici dello statista democristiano si annidavano fra le stesse gerarchie vaticane. I tentativi di vescovi, sacerdoti, gruppi ecclesiali, compagni di partito si infransero contro un muro che, anche oltre Tevere, non lasciò spiragli. E che, in alcuni casi, congelò le iniziative ancor prima che potessero esprimersi.
Comincia così, con un atto d’accusa duro ed esplicito, il libro della giornalista Annachiara Valle (Parole opere e omissioni. La Chiesa nell’Italia degli anni di piombo, Rizzoli) che accosta testimonianze da ogni parte della barricata e porta alla luce vicende finora inedite.
Anche un credente deve ammettere che la Chiesa cattolica è in parte (è questo «in parte» a differenziarlo da chi credente non è) un’istituzione umana. Questa realtà fa sì che spesso il credo si intersechi con la politica, la fede con il calcolo. È una tensione che è stata particolarmente evidente nel caso del sequestro Moro.
Il libro rivela che il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi, il vescovo di Livorno Alberto Ablondi e l’ausiliario di Roma Clemente Riva erano intenzionati a offrirsi in ostaggio alle Brigate Rosse in cambio di Moro. L’iniziativa non era un colpo di testa, ma era stata preparata assieme ai padri della Corsia dei Servi, a Milano, in particolare Camillo De Piaz e Davide Maria Turoldo. Padre Camillo, oggi novantenne, racconta di essere stato in contatto con persone al corrente di quanto stava avvenendo all’interno delle Br e sapeva che i brigatisti erano in disaccordo sulla soluzione finale.
Bettazzi interpellò il Vaticano che, però, bloccò ogni tentativo. Valle sostiene che dietro alla rigidità curiale ci fosse un’avversione nei confronti del progetto politico di Moro di apertura a sinistra. Il Presidente del Consiglio, in poche parole, se l’era voluta. L’interlocutore di Bettazzi, mons. Giuseppe di Caprio, vicino a Michele Sindone, avrebbe parafrasato le parole di Caifa in riferimento alla condanna di Gesù: «È meglio che muoia un uomo solo piuttosto che tutta la nazione perisca» (p. 29). Nella storia, e anche nella Chiesa, ci sono tanti venerdì santi, tante esecuzioni. L’arcivescovo di Genova Siri, per due volte sul punto di diventare papa e uno dei più potenti esponenti della gerarchia del suo tempo, disse al vicedirettore del quotidiano di Genova “Il Secolo XIX”: «Ha avuto quel che si meritava» (p. 34).
Se il libro riporta il vero, sono fatti molto gravi che un credente non può che trovare scandalosi e dolorosi.
Per fortuna, c’è stato anche altro. Le pagine più belle e più vere in senso cristiano sono quelle che raccontano le tante iniziative di cappellani delle carceri, laici credenti, vescovi e preti, associazioni ecclesiali che aiutarono disinteressatamente tanti detenuti per reati terroristici a “tornare a essere uomini”. Questa è la Chiesa al di là delle logiche istituzionali che sa vincere il male con il bene secondo il Vangelo: evitare che ci si accanisca sul colpevole fino a schiacciarlo e impedirgli di cambiare.
Un insegnamento – scrive nella Prefazione Gian Carlo Caselli – ancora attuale oggi nel caso del terrorismo islamico quando è forte la tentazione di essere spietati con gli altri contando solo sulla forza delle armi senza dare risposte alla disperazione di chi vive nell’ingiustizia ed è vulnerabile alle argomentazioni dei fanatici.
In carcere gli unici che avevano cercato qualche spiraglio e aperto le maglie della detenzione erano stati i preti, i cappellani degli istituti di pena, e i laici che lavoravano con loro. Con questa Chiesa era cominciato il confronto e il ripensamento. Era l’esercizio del perdono che non era né condono né cancellazione delle responsabilità, ma amore concreto per l’uomo, anche quello che ha commesso gravissimi errori. Su queste stesse basi è maturata anche la disponibilità al perdono dei famigliari di tante vittime.
Sergio Segio testimonia che con le figure del mondo cattolico ci si incontrava come persone, iniziando un dialogo e trovando terreni di convergenza, anche di confronto serrato che però non negavano l’umanità dei terroristi, non mettendo subito davanti un giudizio drastico e ultimativo. Tra i protagonisti di questa alta pagina civile e religiosa: padre Camillo de Piaz, Turoldo, Mauro Cuminetti, don Salvatore Bussu, don Luigi di Liegro, padre Ernesto Balducci, don Luigi Ciotti, Carlo Maria Martini…
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Sulla linea del post precedente (Senso critico nella Chiesa), segnalo un articolo di Henri Tincq pubblicato su Le Monde. In vista della beatificazione, prevista per domenica prossima, di 498 martiri della guerra civile spagnola, egli riflette sull’atteggiamento della Chiesa nei confronti del franchismo. Riconosco che è una vicenda storica su cui non possiedo conoscenze particolare, ma il testo di Tincq fa riflettere.
L’autore riconosce la gravità degli eccidi compiuti dai repubblicani contro il cattolicesimo:
Secondo le centinaia di studi che si sono occupati del furore fratricida della Spagna nel 1936, almeno 6000 preti e religiosi (di cui 13 vescovi) sono stati massacrati in zona repubblicana. Ossia l’88% del clero nella sola diocesi di Barbastro (Aragona), il cui vescovo, Monsignor Asensio Barroso, è stato evirato prima di essere assassinato il 9 agosto 1936. Nove diocesi hanno perso più della metà del loro clero. La solo appartenenza al clero portava ad essere giustiziati con un’esecuzione sommaria. Coloro che hanno potuto sfuggirvi si trovavano in zona nazionalista, o avevano potuto fuggire, nascondersi o beneficiare di protezioni. A questo martirologio, bisogna aggiungere gli incendi di chiese e di conventi, le profanazioni d’altari e di sepolture…
Il fatto problematico è che, da parte della Chiesa cattolica spagnola, al di là del giudizio religioso, mancherebbe qualsiasi giudizio storico e morale, se non politico, sul franchismo e sulle sue responsabilità oggettive (ci sarebbero state 40.000 esecuzioni da parte nazionalista). I crimini di un fronte non cancellano quelli dell’altro, anche se uno era ostile alla Chiesa mentre l’altro non godeva del suo favore. Come non ricordare le richieste di perdono di Giovanni Paolo II per le responsabilità di alcuni credenti nell’affermazione di diversi regimi dittatoriali (cfr L. Accattoli, Quando il Papa chiede perdono, Mondadori, pp. 78-82) e, p.es., l’autocritica dei vescovi argentini nel 1996 per l’atteggiamento nei confronti del regime militare?
Non sarebbe un servigio anche alla memoria degli stessi martiri di Spagna evitare di accomunarli a credenti di ben altra pasta che si sono resi complici di violenze analoghe a quelle da loro subite? L’esercizio della memoria è un atto di giustizia, oltre che di esattezza storica. Altrimenti si rischia di confondere il cristianesimo con una parte, una bandiera, un’ideologia, una tribù… Altrimenti si rischia davvero di vivere in una comunità in cui il confronto dà fastidio, come ha scritto Maria Cristina Bartolomei in un suo intervento.
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Chi ha scoperto il Tibet? Pochi giorni fa (v. il post L’italiano che scoprì il Tibet) ho fatto riferimento al gesuita Ippolito Desideri (1684-1733) a cui è dedicata una voce dell’autorevole Dictionnaire des Religions di cui possiedo l’ultima edizione italiana. Avevo scritto che Desideri è stato il primo occidentale a mettere piede in Tibet e a studiare il buddismo tibetano.
In un commento, invece, mi è stato obiettato che il primo sarebbe stato un altro missionario, il portoghese Antonio de Andrade, anch’egli appartenente alla Compagnia di Gesù. Ho fatto ulteriori ricerche da cui risulta che effettivamente padre de Andrade sarebbe giunto in Tibet (più precisamente a Guge) addirittura nel 1620, quasi un secolo prima di Desideri. Quest’ultimo rimarrebbe comunque il primo ad aver attraversato il Karakorum e soprattutto il primo tibetologo. Si è trattato comunque di un mio errore di lettura e non di una svista del Dictionnaire. Tra i riferimenti che ho trovato ci sono un articolo del gesuita William Bourke su Popoli, la rivista internazionale dei gesuiti italiani, e un articolo della rivista Missione oggi.
Il primato spetta dunque al Portogallo? Non è detto. L’Italia rimane in gioco. In una voce dell’Enciclopedia cattolica ha trovato un accenno secondo il quale i gesuiti, in una sorta di gara missionaria, sarebbero stati preceduti da un francescano del XIV secolo, il Beato Odorico di Pordenone (detto l'apostolo dei cinesi) che avrebbe visitato Lhasa nel 1327. Lo conferma anche un suo profilo scritto da Domenico Agasso e pubblicato da Famiglia Cristiana. Non risulta però che esistano cronache del suo lunghissimo viaggio (Odorico avrebbe percorso una distanza complessiva superiore alla circonferenza terrestre). A questo punto, ci vorrebbero degli storici di professione.
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