Mi ha scritto Giulia a proposito del post Bioetica e scelte di civiltà:
Io credo che il chiamarsi già "scienziati per la vita" pecchi dello stesso difetto che tu hai imputato la trasmissione "l'Infedele", perchè presuppone che ci siano "scienziati per la morte". Io ho adottato anni fa un bambino che una "scienziata per la vita" aveva decretato "da buttare dalla finestra" uguale per lui non c'era niente da fare. Doveva essere rinchiuso in un istituto per malati mentali. Bene un'altra neuropsichiatra che al contrario oggi non appartiene agli "scienziati per la vita" mi ha aiutato ed oggi quel bambino vive serenamente una vita normale. Allora se ci vogliamo battere davvero per la vita, impegnamoci a fondo per tutti quei bambini abbandonati a se stessi che muoiono di fame,che vivono in guerra, che lavorano nelle fabbriche, per gli handicappati gravi e gravissimi che devono vivere con pensioni da fame e per gli handicappati lievi che nessuno vuole a lavorare con loro: non mi sembra che su questo ci sia un dibattito così acceso e continuo come oggi si fa per l'eutanasia o per le cellule staminali. Non è una scelta un po' comoda?
La mia opinione è che se si fa una scelta di valore, questa deve essere coerente. La scelta della vita non è quella di un principio morale astratto, ma è la scelta dell'altro che ha valore tanto quanto me, poiché è persona tanto quanto me. Nel momento in cui sono convinto di questo, indipendentemente dal fatto che la mia convinzione derivi dalla fede o da un altro genere di convinzione, ciò vale in tutti gli ambiti dell'esistenza, sia nella bioetica sia per l'handicap e per le ingiustizie socio-economiche. Vita e giustizia non sono separabili. Perciò, sono d'accordo che ci si debba impegnare con la stessa forza in tutte le situazioni che toccano la vita dell'altro. Questo vuol dire fare una scelta di civiltà.
In questo senso vorrei ricordare ancora una volta l'Abbé Pierre che questo impegno lo ha vissuto con coerenza e credibilità. Segnalo anche due articoli a lui dedicati da Avvenire scritti da Daniele Zappalà e Gerolamo Fazzini. Anche in Italia è presente il movimento da lui fondato: Emmaus.
Infine, rileggendo i suoi libri in questi giorni ho trovato due passaggi che mi hanno impressionato:
La città di Parigi è stratta da una cintura di bombe e i disperati, presto o tardi, la faranno saltare in aria. (Testamento, Piemme 1994, p. 150)
Coloro che oggi sono giovani conosceranno un'epoca nella quale la forza degli eserciti sembrerà una bazzecola di fronte al terrorismo, alla rivolta degli affamati e ai nuovi disordini del mondo. (Testamento, Piemme 1994, p. 30).
Una persona che sempre vissuto gomito a gomito con gli ultimi ha saputo vedere già all'inizio degli anni Novanta i possibili frutti delle contraddizioni delle nostre società di cui abbiamo visto oggi delle manifestazioni nei disordini delle periferie francesi e nel fenomeno del terrorismo globale.