I festeggiamenti per gli 85 anni di Benedetto XVI e i sette anni di pontificato rischiano di far dimenticare problemi e disagi interni al cattolicesimo che continuano ad esistere. La vera questione di fondo è la missione della Chiesa cattolica e come attuarla in questo nostro tempo.
Ne ho parlato ieri sera in un incontro a Romanengo, di cui riporto qui il riassunto.
Carlo Maria Martini e Ignazio Marino, nel loro confronto pubblicato in Credere e conoscere (Einaudi) hanno messo in luce la strada dell'annuncio evangelico nella nostra società pluralista.
È essenziale che il metodo dialogico nella conoscenza della verità sia come un cammino che donne e uomini di culture, condizioni e convinzioni diverse percorrono insieme, con onestà e costanza, al fine di conoscere e utilizzare nel modo più adatto all'essere umano, e alla dignità della sua vita, gli strumenti del tempo in cui viviamo.
Non vorremmo che però qualcuno ricavasse da questo dialogo un'impressione sbagliata. E sbagliata sarebbe l'impressione che alla Chiesa interessi sostanzialmente la questione etica, che l'etica sia l'essenza del suo messaggio. Mentre la Chiesa ha come scopo predicare il Vangelo. Senza di esso sarebbero vani tutti i suoi sforzi per formulare prescrizioni etiche corrette. La Chiesa non ha il compito di far crescere il senso etico nella gente, anche se esso la riguarda da vicino.
Il compito della Chiesa è molto più ampio: far risplendere il Vangelo, che è perdono, misericordia e capacità di perdonare agli altri.
Dinnanzi a questo compito della chiesa, quale il ruolo dei laici? È un ruolo di collaborazione e corresponsabilità con la gerarchia, pur nella distinzione dei ministeri, in forza della dignità battesimale (che ci rende re, profeti e sacerdoti), del dono dello Spirito e del sensus fidei. Ogni cristiano che si pone in ascolto della Parola di Dio e della voce dello Spirito, che partecipa al banchetto eucaristico, è partecipe della missione della chiesa e non solo semplice esecutore. Fondamentale, allora, è il dialogo franco tra i fedeli, così come una feconda dialettica tra questi e l’autorità. È la necessità di un’opinione pubblica nella Chiesa, sollevata da Pio XII nel lontano 1950. Qui si registra una carenza di comunicazione vera che è la prima radice del disagio.
L'ha descritta Enzo Bianchi, in un articolo su Jesus, agosto 2011.
Consapevoli che sul cristiano non può e non deve regnare né la paura né la passività – sentimenti propri dei “sudditi”, mentre invece l’unica sottomissione è quella al Signore e alla sua volontà – andrebbe recuperata la parresìa, quella franchezza e audacia di parola che animava i rapporti tra i primi discepoli del Signore: solo così, riscoprendo lo spirito di comunione e la complementarietà dei diversi carismi, potremmo rallegrarci perché l’estinguersi del fuoco della polemica non significherebbe un raffreddamento della carità bensì, al contrario, uno zelo ardente per la corsa della Parola nella storia.
Per non estendere troppo il campo, mi limito a citare due versanti in cui questa comunicazione all’insegna della corresponsabilità risulta particolarmente urgente, anche se non sono certo gli unici.
Un primo versante, più rilevante sotto il profilo pubblico, è quello dell’etica che oggi conosce nuove sfide (bioetica, economia, nuove forme di comunicazione…) in cui si corre il rischio di confondere i principi con le soluzioni tecniche e i provvedimenti legislativi, arrivando ad assolutizzare questi ultimi. Qui è importante che i laici prendano la parola, anche in rapporto all’emergere di un modello etico che richiede un discernimento e una valutazione condivisi e non si può più esprimere in posizioni aprioristiche che rispondono a tutti gli interrogativi.
Ne ha parlato Giannino Piana, nell'editoriale Segni dei tempi: verso un nuovo modello etico.
Si tratta di un modello per il quale non si dà a priori un giudizio sulle azioni, partendo dal presupposto che sussistono azioni che non devono mai essere poste in atto “accada quello che può”, ma si valuta, di volta in volta, la positività o meno di ogni azione basandosi sulle conseguenze che da essa scaturiscono (consequenzialismo) o istituendo il rapporto tra il fine che attraverso l’azione si persegue (teleologico viene da tèlos che significa fine) e il mezzo adottato per perseguirlo (proporzionalismo). La valutazione delle conseguenze positive e/o negative dell’azione presuppone infatti, per essere adeguatamente messa in atto, il riferimento a un quadro di valori correttamente gerarchizzati; mentre, d’altra parte la bontà del fine non giustifica l’utilizzo di qualsiasi mezzo per raggiungerlo, possedendo quest’ultimo uno spessore morale che va tenuto in considerazione.
Una questione che ha un profilo più personale ed esistenziale, ma ha oggi una portata enorme, è quella dei divorziati risposati, in relazione all’accesso alla comunione eucaristica. Qui è in gioco un ascolto dei vissuti e delle situazioni delle persone, nell’ottica evangelica della misericordia, come spiega il teologo Jean Rigal (da Divorziati risposati, il problema mai risolto, Teologi@Internet, 28 settembre 2011).
Sono persone diverse, per la loro origine e la loro storia, ma anche per la prova coniugale che hanno dovuto vivere e che le segna, come nei casi di abbandono da parte del marito o della moglie. Spesso, il secondo matrimonio dà una stabilità e una maturazione che permettono di costruire un nuovo progetto nella fiducia.
Nelle sue prescrizioni, la Chiesa non tiene conto di questa diversità. Dovrebbe essere un primo punto di attenzione, piuttosto che allontanare i divorziati risposati dalla comunione, se non addirittura dal sacramento del Perdono. Molti risposati civilmente non si preoccupano di questo, ma certi ne soffrono profondamente nella loro vita di credenti. Chiedere loro di presentarsi, davanti a tutti, per una comunione solo “spirituale” non fa che distinguerli ulteriormente e aggiungere sofferenza alla sofferenza o al fallimento.
Accogliere, dar prova di misericordia, invitare al discernimento, situare questa difficoltà nella sua dimensione ecclesiale: non sarebbe più evangelico che sfoderare proibizioni?
Per una conclusione aperta. Benedetto XVI, omelia alla messa crismale 2012: se la disobbedienza non è la strada per il rinnovamento (tenendo conto che l'obbedienza del cristiano va solo al Signore), ciò non significa l’apologia dell’immobilismo e dell’irrigidimento. Il rinnovamento resta necessario. Non è un cammino di uno o di qualcuno, ma è un cammino di chiesa.