La memoria passa la vita al setaccio. Filtra i ricordi consentendoci, se c'è vera vita interiore, di distinguere l'oro dalle scorie. E il confronto con la memoria altrui ci è di aiuto nell'esercizio della nostra. La lettura che un altro fa di sé è un esempio di come vagliare il passato nella ricerca dell'essenziale.
Un documento del genere è il libro appena pubblicato da Enzo Bianchi: Ogni cosa alla sua stagione (Einaudi). Dopo Il pane di ieri, che nel 2008 ha avuto grande riscontro tra i lettori, questo monaco dei nostri giorni torna alla rievocazione del suo passato. Stavolta, però, con una tonalità più intima. Oltre a raccontare aromi e scorci dell'Italia rurale, che ormai non esiste più, della sua infanzia e della sua gioventù, si sofferma sui suoi affetti e sulla sua storia personale, come quando narra il difficile rapporto con il padre.
Il mio accostamento alla figura di Enzo Bianchi è avvenuto a partire dagli scritti: i testi sulla Bibbia e la spiritualità, le riflessioni sulle vicende civili ed ecclesiali... Non è stata una folgorazione. Ho cominciato a leggerlo a metà degli anni Novanta; gradualmente per me è divenuto un punto di riferimento, trovando con il tempo nelle sue parole una profondità che inizialmente non coglievo.
Forse perché il mio primo approccio è stato più intellettuale e solo poi ho cominciato a intravedere qualcosa della sua persona e della comunità di cui è l'iniziatore.
Ha detto un altro monaco dei nostri tempi, Giovanni Vannucci, della dottrina cristiana: "quello che tentiamo di fare con l'idea e con il linguaggio che trascrive l'idea è sempre esprimere quanto è avvenuto realmente e concretamente nella nostra vita".
E aggiunge: "Dio vuole che facciamo il pane e il vino, non vuole delle chiacchiere, né dei pensieri espressi bellamente o dei sentimenti nobili e forti. (...) Capite quindi che il nostro servizio religioso non può soltanto identificarsi nel fare meditazione, nel cantare inni sacri, nel vestire un abito religioso, nell'avere atteggiamento e linguaggio religiosi, ma deve consistere in qualcosa di più profondo. E tutto quello che noi chiamiamo forma religiosa, preghiera, sacramenti, ufficio divino, regole, comportamento religioso, deve servire a noi per renderci più autenticamente veri (...). A ciascuno Dio ha dato un cuore con delle possibilità di dilatarsi, di diventare sempre più infiammato e sempre più umano e ardente nella vita. Allora il nostro operare religioso consiste essenzialmente nel portare avanti quei germi di vita che abbiamo ricevuto e che sono germi di coscienza, d'amore e di libertà".
Quando ho visitato Bose ho potuto cogliere dei segni di questa fioritura. Ho sperimentato un'accoglienza e una delicatezza che si manifestano nelle piccole cose, a tavola, nel tempo che una persona ti dedica, nel sentire attenzione per la propria attenzione... E' qualcosa che sta a monte della bella forma di un libro o di una preghiera. Ciò non significa idealizzare un'esperienza, come se le persone non avessero limiti o debolezze, ma cogliere l'impegno in una reale sequela del Vangelo. Ci sono gesti più eloquenti e credibili delle parole.
Il libro di Enzo Bianchi apre una finestra sulla storia che ha portato il figlio di un piccolo paese del Monferrato a divenire una delle voci più autorevoli di oggi. E in primo piano ci sono proprio le piccole cose. Non racconta i rapporti con le grandi personalità ecclesiali e culturali, che forse avrebbero destato più "sensazione". Si parla dei vecchi di un tempo, degli amici d'infanzia, dei mendicanti che bussavano alla porta... E ci sono l'elogio del vino, le notti d'inverno, i falò dell'estate... Il rapporto con le persone, ma anche con gli animali, con i paesaggi e persino con le cose...
Vivere è duro, e occorre imparare a vivere come si impara un mestiere, scrive echeggiando Pavese. Tutto e tutti ci possono essere maestri in questo apprendimento, se ci lasciamo istruire, se non lasciamo passare persone e cose come uno sfondo incolore del nostro ego, ma se li cogliamo come presenze autentiche da gustare senza pretendere di possederle. E allora possiamo accoglierle nel nostro orizzonte e trovare un nostro posto in mezzo ad esse, come dentro a una condivisione, uno scambio vitale che possiamo chiamare amicizia, custodia, contemplazione, amore, a secondo dei tempi e dei modi. E chi crede coglie in ogni persona e in ogni cosa il riflesso di una presenza più grande.
In questo è educato dalla confidenza con la Bibbia. Il Vangelo mi ha letto la vita, come disse un contadino incontrato da Bianchi. Scrutare, ruminare, la pagina biblica non per trovare dottrine o codici morali, ma per trovare un percorso vitale sui sentieri di chi ha raccontato il proprio percorso in quei libri.
Un ultimo passo che mi è rimasto impresso è: ho avuto la grazia di trovare chi credeva in me, mentre crescendo ho constatato che non c'era nessuno che credeva nei miei amici. Una frase che dice tutto sul non giudicare mai nessuno e sull'importanza degli altri per ciascuno di noi. Non ci costruiamo da soli, non ci salviamo da soli, ma solo insieme.
Praticare il mestiere di vivere è come cercare un centro, un punto di equilibrio nelle nostre relazioni con gli uomini e con il mondo. Una ricerca che richiede dinamicità, non staticità, un'oscillazione tra interno ed esterno, tra lo stare soli e lo stare con gli altri. Lo si comprende dalle pagine terse dedicate da Bianchi alla propria cella monastica. Una cella in cui abita un uomo con i propri sentimenti da coltivare e le proprie pulsioni con cui lottare. Sono pagine autobiografiche, ma anche di densa spiritualità. Non una spiritualità erudita, fatta di citazioni, ma fatta di unità tra fede ed esperienza "minuta" del vivere come ho trovato solo in certi testi di Thomas Merton.
Davvero si coglie come il monaco è uomo a tutto tondo. Non alieno, ma persona intagliata nella stessa umanità e nelle stesse problematiche di ciascuno di noi, il quale sceglie la condizione monastica come "abito" del suo stare al mondo e nella cella, dove c'è sempre una misura di non detto che è l'incontro con il silenzio, maturano le sue parole e le sue scelte.
Devo ammettere che in una certa misura invidio Enzo Bianchi. Non per la sua vocazione, che non è la mia, ma per la chiarezza con cui ha saputo vederla e la tenacia con cui l'ha seguita anche nei momenti dell'isolamento e dell'ostracismo. Non rimpiango le mie scelte, ma sono passate e passano per tentativi ed errori che mi fanno sentire debole al confronto. E gli invidio le radici che non ho mai avuto. Non mi sono mancate esperienze e incontri significativi, ma slegati dall'appartenenza a una storia, e mischiati alle esperienze inconcludenti della mia generazione.
Sono figlio del mio tempo non ha senso disprezzarlo o negare il tanto di buono che c'è. Forse, se invecchierò, saprò anch'io riconoscere gemme che ora magari non vedo con nitidezza. Ma quei due tratti glieli invidio e lo ringrazio per questo libro che ha il sapore di uno dei racconti davanti al fuoco, a cuore aperto, da lui tratteggiati.