Uno degli aspetti più positivi del gestire questo blog è la possibilità di entrare in contatto con persone nuove e interloquire.
Mi è capitato di recente con il domenicano Alessandro Cortesi ed è stata l'occasione per scoprire il suo Atti degli apostoli oggi. Una proposta di lettura in un'epoca di crisi (Nerbini).
Il confronto con gli Atti è una rilettura delle origini della comunità cristiana che diventa occasione di "aprire la domanda sulla propria identità nel presente" (p. 32).
Siamo dentro la crisi dell'Occidente come individui che si agitano, ognuno per proprio conto, sul teatro della storia? Cortesi trova negli Atti motivi per dire che, da cristiani, possiamo trovare nell'ascolto della Parola motivi per una solidarietà fraterna tra di noi e con i più colpiti dal sommovimento di oggi.
Questo è già tanto, perché uno dei rischi principali dei passaggi come quello che viviamo è di entrare nella logica dell'ognuno per sé e del "tutti contro tutti". E' una sorta di sindrome della nave che affonda, per cui si cerca di salire su una scialuppa, con l'idea che lasciare fuori gli altri sia indispensabile per la propria sopravvivenza. Non c'è posto per tutti. Non lo si percepisce in tanti discorsi?
La lettura di Cortesi non è strettamente esegetica, ma cerca di comprendere il presente alla luce delle dinamiche di alcune pagine degli Atti. Egli si confronta così con biblisti, teologi e uomini di cultura, cercando nella parola biblica una bussola per orientarsi nel nostro tempo. Operazione difficile e affascinante.
In questo momento, mi interpella maggiormente un passaggio sul dono.
Lo stare nel dono è quindi permanere in una situazione di squilibrio in cui si riceve e si è protesi verso l'altro. E si scopre da un lato l'illimitatezza della gratitudine che non è mai sufficienteper ricambiare un dono che è vita e presenza. Ma dall'altro ci si apre anche a cogliere le dimensioni della capacità di gratuità presente nel cuore che si lascia toccare dal contagio del dono (p. 161).
Quella del dono è la logica di Dio, che agisce per primo e non chiede contraccambio. E' appello alla nostra libertà, alla nostra libera risposta. Cortesi prende qui spunto dal discorso di Paolo agli anziani di Efeso (20,18-35).
La fede di Paolo non è adesione a un'identità religiosa o a una dottrina, è accoglienza del dono della rivelazione del Signore. Per cui non ha niente da difendere o da imporre per rassicurare il proprio ego. Si spoglia dell'armatura del suo essere persecutore. Entra in una prospettiva di gratuità. Non a caso, il discorso riporta una delle parole di Gesù esterne ai vangeli: C'è più gioia nel dare che nel ricevere.
Il dono è eversivo perché spiazzante; non accetta il gioco del calcolo e dell'interesse che distrugge i legami e la prossimità. Non a caso le scienze umane ne riscoprono il profondo valore antropologico.
I cristiani saranno significativi oggi non in forza della loro rilevanza politico-sociale, ma se sapranno essere uomini e donne del dono, secondo lo stile del Signore Gesù, rigenerando comunità ecclesiali e civili.