La rivelazione [nei documenti del Vaticano II] non è innanzitutto definita, come nel concilio Vaticano I, a partire da un contenuto (delle verità da credere, dei comandamenti da compiere, dei riti da praticare), ma come esperienza, come evento d’incontro o di comunicazione.
In effetti, Dio non ci rivela delle cose, delle verità, dei doni; egli non ha che una sola cosa da comunicarci: lui stesso come mistero assoluto e come nostro fine ultimo. La sola risposta adeguata – la fede – è allora il dono di sé del credente, offerta libera, la cui radice ultima è la coscienza umana (cf. Dei verbum, nn. 2 e 5). Dove cercare la «fonte» di una tale esperienza di Dio? Nel Vangelo, tesoro nascosto che si può trovare nelle Scritture, e nella tradizione. Scrittura e tradizione sono, infatti, «come uno specchio nel quale la Chiesa pellegrina sulla terra contempla Dio, dal quale tutto riceve, finché sarà condotta a vederlo faccia a faccia così come egli è» (Dei verbum, n. 7; EV 1/881).
Questo modo di concepire la relazione con Dio deve ripercuotersi nel modo di rapportarsi agli altri; ne va della credibilità della Chiesa. Il Vaticano II è il primo concilio ad aver posto sistematicamente questo problema, distinguendo – sull’asse dialogale – tra relazioni ecumeniche (decreto Unitatis redintegratio), rapporto con le religioni non cristiane (dichiarazioneNostra aetate), rapporto con l’ateismo e presenza nella società moderna (costituzione pastorale Gaudium et spes).
Si comprende che, all’incrocio di questi due assi, la Chiesa concepisce la propria identità e la sua missione nei termini di «segno», «poiché la Chiesa è in Cristo come sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, n. 1; EV 1/284). La Lumen gentium lega dunque la Chiesa in primo luogo all’avventura dell’umanità intera sul nostro globo: là dove è questione di un «tenore di vita più umano anche nella stessa società terrena» (Lumen gentium, n. 40; EV 1 /389), là dove la «vocazione umana» (Gaudium et spes, I e II parte) è coinvolta, il segno ecclesiale, misteriosamente presente fin dall’inizio dell’umanità, deve manifestarsi nuovamente, rinviando al Vangelo e a Cristo Gesù che, per primo, l’ha annunciato e ponendosi al servizio di un mondo da umanizzare.
Dalla "Postfazione" del teologo Christoph Theobald all'ultima edizione dei documenti del Concilio (EDB).
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