Una salutare provocazione di Daniele Garota, dalla rivista "Koinonia" di agosto.
La forza d’urto proveniente da scienza e tecnica ci ha portati a enormi contraddizioni anche nel nostro modo di rapportarci al lavoro e al riposo. Più che coltivatori e custodi del mondo che Dio ci ha regalato, ne stiamo diventando predatori: non ci basta più trarre dalla terra il cibo necessario per vivere, vogliamo energia, facilità, ricchezza, movimento, e per ottenere tutto ciò sembriamo disposti a tutto. Abbiamo perduto il senso del limite e della misura, stiamo distruggendo il giardino, la casa che ci ospita da gran tempo.
Ma anche che l’occuparsi delle cose di Dio sia diventato un mestiere non ci ha aiutati nella vita di fede. Non ci si converte leggendo trattati di teologia, ma incontrando testimoni capaci di scoppiare in pianto e cadere in ginocchio, gente a cui volentieri gli si gettano le braccia al collo per baciarli (At 20,36-37).
Annunciare il Vangelo traendo il proprio pane facendo il falegname o il tessitore di tende è altra cosa dal farlo da un posto in cattedra in cui si è ben remunerati per questo. Difficile immaginare Gesù o san Paolo impiegati con salario a fine mese garantito dalle autorità civili e religiose, anziché qua e là di corsa lavorando giorno dopo giorno con le proprie mani per conservarsi liberi e non dover dipendere da nessuno. In ambiente ebraico il lavoro manuale era un dovere anche per chi studiava: numerosi sono i casi di maestri riconosciuti per i loro mestieri di fabbri, ciabattini, falegnami, persino facchini, segno questo che con lo studio e l’insegnamento soltanto non riuscivano a mangiare. Essi studiavano per passione e con gioia ed è così che trasmettevano con una certa efficacia il loro messaggio.
L'educazione e la conoscenza sono un arricchimento dell'anima che porta bene più di gioia e benessere all'individuo che l'arricchimento materiale che è egli aleatorio!
Scritto da: trading opzioni binarie | 03/11/12 a 13:58