La delibera del Comune di Milano sul registro delle unioni civili ha suscitato un dibattito e l'intervento della curia ambrosiana. Il responsabile diocesano del servizio per la famiglia è stato intervistato da Radio Vaticana, spiegando:
R. – Ci sembra che una delibera presa così, senza un grande dibattito e un po’ alla chetichella, che ha però un grande valore simbolico in quanto incide in misura piuttosto seria sull’immaginario della gente perchè si prefigura come legittimo, come totalmente accettabile e buono, un legame che non sia sancito da un vincolo di responsabilità preciso, e invece è un atto serio, che merita di essere sottolineato e rispetto al quale merita sorga un dibattito.
D. – A chi dice che questa sia testimonianza del fatto che la Chiesa non vuole riconoscere alcun diritto alle coppie di fatto, come si risponde?
R. – Non è vero. Quello del riconoscimento dei diritti sostanziali e giuridici non è compito di un Comune, ma deve essere compito di una legge dello Stato. La Chiesa ha delle perplessità sul modello antropologico che verrebbe così a prefigurarsi, questo sì. E' un modello basato su una sostanziale provvisorietà dei legami, su una responsabilità presa solamente in parte. Questo non fa il bene della coppia, che non arriva mai a maturare una sua profondità di relazione, ed espone a tanti i rischi i piccoli.
D. - Quindi non una battaglia alle unioni di per sé?
R. – Non è all’unione di per sé, ma a un intervento – che noi abbiamo chiamato simbolico o di immagine – che di fatto non cambierebbe le condizioni giuridiche di queste persone. Questo lo abbiamo già visto in altre città: ad esempio a Bologna, che dal ’98 ha istituito questo registro, che è andato praticamente deserto. Quello che a noi interessa è far sorgere un dibattito culturale, che riapra la questione della verità dei legami, del loro significato per la vita delle persone, che non può essere lasciato così al caso.
Mi sembra che da questo scambio emergano due elementi, che sono di buon senso. Il primo è il riconoscimento del fatto che le unioni di fatto richiedono una regolamentazione normativa. Si tratta di un fenomeno troppo diffuso, per essere lasciato in un vuoto legislativo. Il secondo è che se ne parli in Parlamento, a livello nazionale. Un dibattito legislativo, perciò, ma anche un dibattito culturale.
Trovo importante che si apra seriamente questo confronto e che il cattolicesimo vi partecipi attivamente, nella persona dei pastori - certo -, ma con il coinvolgimento più ampio. Il tema è rimasto sotto silenzio, ignorato, dal tempo dei dico. Intanto, in un articolo su Europa, Massimo Faggioli ha spiegato la specificità del dibattito USA sui matrimoni gay che si svolge in un contesto assai diverso dal nostro (leggilo qui).
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