Un paradosso di questa stagione ecclesiale è che la messa rischia di divenire segno di divisione, più che di comunione. Nonostante le affermazioni di Benedetto XVI, nel suo tentativo di cercare una riconciliazione con il mondo tradizionalista, per cui la forma ordinaria del rito è quella elaborata dalla riforma liturgica voluta da Paolo VI, c'è chi continua a negarne la legittimità e con essa quella del Concilio Vaticano II da cui ha avuto origine.
Sulla Rivista del Clero Italiano è stata pubblicata una eloquente testimonianza di Enzo Bianchi, il quale racconta com'era la messa preconciliare, da lui vissuta in prima persona, e che cosa ha significato il passaggio alla nuova liturgia: è un confronto tra due forme di celebrazione, tra due riti entrambi capaci di celebrare il mistero di Cristo, ma uno derivante dall’altro e generato dal più antico, nella continuità della crescita della fede e dell’eloquenza della fede che è la liturgia cattolica.
Qui sta il punto del suo racconto e delle sue riflessioni: la messa è stata riformata, non tradita.
Sì, è cambiata nella sua forma, come sempre è cambiata nelle diverse epoche della storia della chiesa; nel contempo, però, la messa è la stessa in una continuità ben più profonda della lingua o dei gesti con i quali è eseguita. In verità, per chi vive una fede autenticamente cristiana ed ecclesiale, la liturgia della Parola non è mutata da quella dell’assemblea presieduta da Esdra al ritorno dall’esilio (cf. Ne 8), e la liturgia eucaristica è sempre la stessa, dallo spezzare il pane della comunità di Gerusalemme nell’ora della Pasqua fino a oggi.
Non mancano, nella rievocazione del priore di Bose, anche alcune notazioni critiche su come la riforma è stata introdotta "a singhiozzo", senza la necessaria preparazione e perciò accolta passivamente dalla maggior parte del popolo di Dio. Inoltre, fa notare come un punto debole sia stata l'improvvisazione che ha riguardato la dimensione musicale della liturgia dove è mancato un autentico rinnovamento nella continuità.
Ma questi aspetti, così come certi "abusi" che gli avversari del nuovo rito denunciano con enfasi, sono difetti nell'applicazione della riforma; non riguardano la sua sostanza e non vanno a inficiare i guadagni che ha apportato.
Poco a poco la riforma liturgica cambiò profondamente il modo di andare a messa. Possiamo sintetizzare tale mutamento attraverso un eloquente cambio di linguaggio: «dal prendere messa (o assistere alla messa)» al «partecipare alla messa». In primo luogo tutti furono grati dell’introduzione della lingua italiana, perché finalmente potevano comprendere parole che fino a quel momento sembravano monopolio del presbitero e del chierichetto. Ciò che il presbitero faceva all’altare non era più oscuro, segreto, per alcuni magico, ma era qualcosa di comprensibile e sempre più riferito a ciò che Gesù aveva fatto e detto. Si pensi poi alla maggior ricchezza di letture nella messa. Per fare solo un esempio, se prima nell’insieme delle messe domenicali e festive si ascoltavano (o meglio erano letti in latino) cinque brani dell’Antico Testamento e dieci del vangelo secondo Marco, con il nuovo lezionario i brani dell’Antico Testamento proclamati erano circa duecento e quelli di Marco quasi quaranta. La gente sentiva per la prima volta pagine mai ascoltate, delle quali la predica poteva diventare una spiegazione e un commento. Dopo un lungo esilio la parola di Dio tornava al cuore del popolo di Dio e, soprattutto, i vangeli venivano conosciuti quasi nella loro interezza. Si cominciò inoltre a rispondere alle parole del prete, si ebbe davvero quella «messa dialogata», come si diceva nell’ora del concilio, tanto desiderata dai pastori e dai fedeli. Scomparve l’uso di far coincidere la messa feriale con la messa «da morto»: anche in queste liturgie le letture scritturistiche erano varie e abbondanti. Insomma, va confessato – e per questo occorre anche ringraziare il Signore – che si tornava veramente a una comunità, a un’assemblea celebrante, anche se la gente non ne aveva piena consapevolezza; inoltre il presbitero nel presiedere la liturgia appariva più chiaramente segno di Cristo verso l’assemblea e segno dell’assemblea verso Dio.
E' possibile che si ponga fine allo scisma che ha portato i lefevriani a una rottura con il corpo ecclesiale. Se questa riconciliazione avverrà, comporterà da parte loro l'accettazione della riforma liturgica e, di conseguenza, che non possano escludere di celebrare secondo il nuovo rito.
Leggi il testo integrale della testimonianza di Enzo Bianchi: Dalla messa tridentina alla riforma liturgica del Vaticano II.
Commenti