Nel Corno d'Africa è in atto una delle più gravi carestie. Ieri, su Repubblica, Carlo Petrini ha lanciato un appello.
In queste ore un esodo incessante di migliaia di somali stremati dalla fame e dalla siccità sta attraversando il confine con il Kenya. Migliaia di bambini muoiono nel tragitto, mentre nei tre campi profughi di Ifo, Hagadera e Dagahaley mancano cibo e acqua per alleviare le sofferenze di quasi mezzo milione di persone. Le Nazioni Unite non riescono a finanziare un intervento d' emergenza perché la comunità internazionale non risponde con sollecitudine e con mezzi adeguati. Il cambiamento del clima, causato principalmente dai Paesi industrializzati e da sciagurate scelte di deforestazione, colpisce con spietata violenza questa parte del continente africano. Mi domando se questa non sia una giusta causa per mobilitare la nostra Europa in una missione di pace. Presidiamo con i nostri eserciti "di pace" diverse aree del mondo per garantire la democrazia, mentre le grandi potenze messe insieme non riescono a sfamare un popolo inerme, rassegnato alla morte per fame.
E ha aggiunto:
Mi fanno ridere quelli che pretendono di fermare i flussi di migranti africani: con questa politica di assenza dinanzi a tali emergenze umanitarie i flussi s' implementano e non si ridurranno mai. Il vero quesito che bisogna porre con forza alla politica è se il diritto al cibo sia o no un diritto inalienabile per tutta la comunità terrestre. Perché se è tale allora occorre lavorare per una mobilitazione senza precedenti, in grado di smascherare l' ignavia dei Governi. La Fao ha parlato di 37 miliardi di dollari all'anno per ridurre drasticamente i morti per fame: un' inezia! La verità è che su questa Terra c' è cibo per tutti. È il sistema alimentare che è profondamente ingiusto, che penalizza i più poveri, che depreda le risorse naturali e alla domanda crescente dei malnutriti propone soltanto di produrre di più.
Questa tragica realtà mette a nudo una malattia che ci portiamo dentro.
Ero in un ospedale di Milano, ieri, quando mi è capitata in mano la fotografia di uno dei bambini di cui parla Petrini. Come posso lamentarmi dei miei problemi di fronte a fatti del genere? Pensando alle contraddizioni del mondo, sono stato scosso da emozioni forti: rabbia, tristezza, indignazione, impotenza...
Alcune ore fa sono andato a camminare lungo il fiume che scorre davanti a casa. Il vento e le piogge hanno lasciato in cielo un blu insolito per la pianura. In pochi minuti sono arrivato in una campagna senza case, come un altro mondo dove c'è più pace. Ho sostato a lungo in silenzio. Le emozioni ti possono smuovere, ma da sole non portano da nessuna parte.
Mi convinco sempre di più che le logiche di conflitto, di ingiustizia, di disumanità che affliggono il mondo si riflettono sulla nostra esistenza personale. Collettivo e individuale sono collegati.
Se non abbandoniamo queste logiche interiormente, non riusciamo a prenderci cura di noi stessi, dei nostri cari e nemmeno della società. Il paradosso è che non riusciamo nemmeno più a vedere ciò che è male, poco umano. Non vediamo - come politica e come società civile - chi muore in un'altra parte del mondo, così come non vediamo più il prossimo (la morte del prossimo), ma non vediamo con chiarezza neppure noi stessi.
E' malato il sistema come siamo malati noi. Senza pace dentro, non saremo capaci di nessun cambiamento. Mi viene in mente frère Roger di Taizè che a un certo punto della vita ha cercato delle parole che costituissero un forte punto d'appoggio al quale tornare costantemente. Ha scelto tre parole di unità interiore, che per lui sintetizzavano le beatitudini del Vangelo: gioia, semplicità, misericordia.
Chi sa qualcosa di lui, chi lo ha incontrato, si è reso conto che nella sua persona e nella sua vita queste parole diventavano realtà. Ha cambiato se stesso e gli altri.
Commenti